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Gruppo di Lettura Dalmine

L’arminuta, di Donatella Di Pietrantonio.

Per il prossimo incontro che si terrà giovedì 8 novembre 2018 qui – il gruppo di lettura sta leggendo:

L’ARMINUTA

di Donatella Di Pietrantonio

arminuta copertina

«Ero l’Arminuta, la ritornata. Parlavo un’altra lingua e non sapevo piú a chi appartenere. La parola mamma si era annidata nella mia gola come un rospo.
Oggi davvero ignoro che luogo sia una madre.  Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza».

Ci sono romanzi che toccano corde così profonde, originarie, che sembrano chiamarci per nome. È quello che accade con L’Arminuta fin dalla prima pagina, quando la protagonista, con una valigia in mano e una sacca di scarpe nell’altra, suona a una porta sconosciuta. Ad aprirle, sua sorella Adriana, gli occhi stropicciati, le trecce sfatte: non si sono mai viste prima. Inizia così questa storia dirompente e ammaliatrice: con una ragazzina che da un giorno all’altro perde tutto – una casa confortevole, le amiche più care, l’affetto incondizionato dei genitori. O meglio, di quelli che credeva i suoi genitori. Per «l’Arminuta» (la ritornata), come la chiamano i compagni, comincia una nuova e diversissima vita. La casa è piccola, buia, ci sono fratelli dappertutto e poco cibo sul tavolo. Ma c’è Adriana, che condivide il letto con lei. E c’è Vincenzo, che la guarda come fosse già una donna. E in quello sguardo irrequieto, smaliziato, lei può forse perdersi per cominciare a ritrovarsi. L’accettazione di un doppio abbandono è possibile solo tornando alla fonte a se stessi. Donatella Di Pietrantonio conosce le parole per dirlo, e affronta il tema della maternità, della responsabilità e della cura, da una prospettiva originale e con una rara intensità espressiva. Le basta dare ascolto alla sua terra, a quell’Abruzzo poco conosciuto, ruvido e aspro, che improvvisamente si accende col riflesso del mare.
(Giulioeinaudieditore.it)

“Ripetevo la parola mamma cento volte, finché perdeva ogni senso ed era solo una ginnastica delle labbra. Restavo orfana di due madri viventi. Una mi aveva ceduta con il suo latte ancora sulla lingua, l’altra mi aveva restituita a tredici anni. Ero figlia di separazioni, parentele false o taciute, distanze. Non sapevo più da chi provenivo.”

Donatella Di Pietrantonio

donatella di p.jpg

Ha esordito nel 2011 con il romanzo Mia madre è un fiume, ambientato nella terra natale, l’Abruzzo. Nello stesso anno pubblica il racconto Lo sfregio sulla rivista Granta Italia di Rizzoli.
Nel 2013 pubblica il suo secondo romanzo, Bella mia, dedicato e ambientato a L’Aquila. L’opera, influenzata dalla tragedia del terremoto del 2009 e incentrata sul tema della perdita e dell’elaborazione del lutto, è stata candidata al Premio Strega ed ha vinto il Premio Brancati nel 2014.
Nel 2017 pubblica per Einaudi il suo terzo romanzo, L’Arminuta, anch’esso ambientato in Abruzzo; il titolo è un termine dialettale traducibile in «la ritornata». Il libro approfondisce il tema del rapporto madre-figlio nei suoi lati più anomali e patologici e nel 2017 vince il Premio Campiello.

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A PROPOSITO DEL ‘ 68 …

 

La riflessione del filosofo Salvatore Natoli, segnalata da Virginio Teli.

[….] Con questo spirito aderii ai movimenti del ‘68, vi partecipai attivamente e anche con un certo protagonismo. Per questo fui allontanato dall’università cattolica.

In quei momenti scorgevo, come molti, una critica dell’autoritarismo. Sul piano della pratica denunciavano disfunzioni e arbitri, più in generale erano una richiesta di legittimità al potere: in ragione di cosa ciò che è comandato è giusto? È giusto obbedire senza capire? Non a caso la parola iniziale e caratterizzante di quegli anni non fu- almeno sulle prime- rivoluzione, ma fu contestazione.

I movimenti travolsero un assetto sociale che era già per suo conto logoro, portando al protagonismo nuovi soggetti – basti pensare al femminismo – ma soprattutto rivendicando, e per la prima volta, il diritto per tutti alla felicità. Emblematici di ciò furono due libri – una sorta di breviario del 68 – L’obbedienza non è più una virtù di don Milani – e in generale l’esperienza della scuola di Barbiana – ed Eros e civiltà di Marcuse.

Personalmente non facevo parte della generazione del ‘68 – in quel periodo ero già laureato e assistente di Severino in Cattolica – e per questo non l’ho mai enfatizzato in quanto tale. Ero nelle condizioni di interpretarlo come esito o come il punto alto di una parabola di trasformazione che prendeva avvio almeno dagli inizi degli anni sessanta, che coincidevano con gli inizi dei miei anni universitari. Erano gli anni della fine del cosiddetto boom economico: gli italiani avevano già cominciato ad abituarsi ai consumi. Non si dimentichi la società opulenta di Galbraith.

Erano seguiti anni più difficili e la ripresa delle lotte sindacali non si limitava solamente alla richiesta di aumenti salari, ma rivendicava diritti – la contrattazione dei tempi e dei modi del lavoro, la non monetizzazione della salute e questioni di questo ordine.

Tutto ciò voleva dire ampliamento delle libertà e avveniva nel quadro di grandi avvenimenti e di mutazioni della geopolitica. Si pensi al Concilio e a un documento come l’enciclica Mater et Magistra di Giovanni XXIII che aprì nuovi orizzonti non solo per la Chiesa, ma, di riflesso, per le altre confessioni religiose e per lo stesso mondo laico.
A ciò si aggiungano i mutamenti sull’asse della geopolitica: da un lato, i tentativi di distensione Usa e Urss – avviati da Kennedy e Kruscev a seguito della crisi della Baia dei porci – dall’altro, l’approfondirsi della rottura interna al mondo comunista: il conflitto tra Cina e Unione sovietica. Nel frattempo si combatteva la guerra in Vietnam e fu proprio l’offensiva Vietcong del ‘68 che, a parte gli effetti sulla politica internazionale, ebbe ripercussioni mobilitanti e di grande impatto simbolico sui movimenti. Insieme si cantava: << Non facciamo la guerra, facciamo l’amore>>. Accadeva a Nashville.

Ho ricordato tutto questo per indicare come nel corso degli anni ‘60 stava, impalpabilmente, accadendo qualcosa di decisivo, si stava producendo un passaggio irreversibile: in breve si stava consumando definitivamente il dopoguerra, stava venendo meno l’assetto post-bellico sia sul piano della geopolitica che delle culture e delle mentalità. Continue reading “A PROPOSITO DEL ‘ 68 …”

L’obbedienza non è più una virtù, di Don Milani.

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Alle soglie del ‘ 68, di cui quest’anno si celebra il cinquantenario, don Lorenzo Milani scrisse “L’obbedienza non è più una virtù”, (1965), per rispondere ai cappellani militari della Toscana in congedo, che avevano accusato alcuni giovani obiettori di coscienza, (per questo incarcerati) di tradimento alla Patria e di viltà.
In loro difesa, don Milani ribadì il primato della coscienza sulla legge dello Stato, quando essa è ingiusta.

Egli fu rinviato a giudizio per apologia di reato, insieme a Luca Pavolini, direttore di “Rinascita”, che aveva pubblicato la lettera.
Gravemente malato, don Milani non partecipò al processo, ma stese un’autodifesa contenuta nella “Lettera ai giudici”.
Il processo, iniziatosi il 30 ottobre 1965, si concluse con l’assoluzione dei due imputati, ma in appello, il 28 febbraio 1968, la sentenza fu ribaltata e don Milani (morto l’anno precedente) e Pavolini furono condannati.

Riportiamo una riflessione di Neera Fallaci:

[…..] Figuriamoci se un maestro come Lorenzo Milani poteva lasciarsi sfuggire l’occasione di far scuola sul balordo «ordine del giorno» che un gruppetto di cappellani militari aveva pubblicato sul quotidiano fiorentino La Nazione: una sparata retorica del genere rischiava di confondere le idee dei suoi ragazzi su questioni gravi come le responsabilità del cittadino e del cristiano davanti alle gerarchie militari, alle guerre e alle leggi! Le cose andarono in questo modo…..

Domenica 14 febbraio 1965 arrivarono a Barbiana il professor Ammannati e un paio di giovani calenzanesi. «Lo ha visto?», chiesero al priore. E gli porsero un ritaglio di giornale che portava la data di due giorni prima. A Barbiana si dava largo spazio alla lettura del quotidiano («gli dedichiamo circa 500 ore all’anno, 1/8 della nostra scuola», scrive don Milani in una lettera al giornalista Enzo Forcella, «quasi l’equivalente d’un anno scolastico della scuola di Stato»). Ma il priore aveva l’abbonamento a “Il Giorno”. Dunque non aveva visto la notizia che gli segnalavano gli amici di Calenzano.
[Il priore] lesse il ritaglio ad alta voce, circondato dai ragazzi:

«Nell’anniversario della conciliazione tra la Chiesa e lo Stato italiano, si sono riuniti ieri, presso l’Istituto della Sacra Famiglia in via Lorenzo il Magnifico, i cappellani militari in congedo della Toscana. «Al termine dei lavori, su proposta del presidente della sezione don Alberto Cambi, è stato votato il seguente ordine del giorno: “I cappellani militari in congedo della regione toscana, nello spirito del recente congresso nazionale della associazione, svoltosi a Napoli, tributano il loro reverente e fraterno omaggio a tutti i caduti per l’Italia, auspicando che abbia termine, finalmente, in nome di Dio, ogni discriminazione e ogni divisione di parte di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise che morendo si sono sacrificati per il sacro ideale di Patria.”
“Considerano un insulto alla Patria e ai suoi caduti la cosiddetta “obiezione di coscienza” che, estranea al comandamento cristiano dell’amore, è espressione di viltà”. [….]

[…] Ma quello che colpì subito don Milani fu il tono gratuitamente insultante e provocatorio dell’ «ordine del giorno»: preti che definiscono vili gli obiettori di coscienza?!? «Ora io sedevo davanti ai miei ragazzi nella mia duplice veste di maestro e di sacerdote e loro mi guardavano sdegnati e appassionati. Un sacerdote che ingiuria un carcerato ha sempre torto. Tanto più se ingiuria chi è in carcere per un ideale. Non avevo bisogno di far notare queste cose ai miei ragazzi. Le avevano già intuite. E avevano anche intuito che ero ormai impegnato a dar loro una lezione di vita». Continue reading “L’obbedienza non è più una virtù, di Don Milani.”

Scheda libro: L’obbedienza non è più una virtù, di Don Lorenzo Milani.

Per il prossimo incontro che si terrà giovedì 4 ottobre 2018qui – il gruppo di lettura sta leggendo :

L’OBBEDIENZA NON E’ PIU’ UNA VIRTU’

di don LORENZO MILANI

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“Bisogna avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini, né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto”

L’autore di “L’obbedienza non è più una virtù”, Don Lorenzo Milani è un prete scomodo, che, come scrive Carlo Galeotti nell’introduzione “studia da profeta”, da profeta moderno che, pur ricordando i profeti biblici, “vuole turbare le coscienze, condurle alla riflessione critica”.
E l’occasione per turbare le coscienze gli è offerta da una lettera scritta dai cappellani militari toscani (sulla Nazione del 12 febbraio 1965) a proposito della ribellione di un gruppo di obiettori al servizio militare e, perciò, finiti in carcere poiché renitenti alla leva. I cappellani militari stigmatizzano l’obiezione di coscienza come un atto “di viltà”. La risposta di Don Milani (del 23 febbraio 1965, pubblicata su Rinascita del 6 marzo 1965) è straordinariamente potente, bella, articolata, documentata, e spiega perché l’obbedienza non debba essere considerata una virtù se bisogna eseguire comandi che vadano contro la propria coscienza.

In quanto alla loro vita di giovani sovrani domani, non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è d’obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate. La leva ufficiale per cambiare la legge è il voto. La Costituzione gli affianca anche la leva dello sciopero. Ma la leva vera di queste due leve del potere è influire con la parola e con l’esempio sugli altri votanti e scioperanti. E quando è l’ora non c’è scuola più grande che pagare di persona un’obiezione di coscienza. Cioè violare la legge di cui si ha coscienza che è cattiva e accettare la pena che essa prevede

fonte: sololibri.net –  https://www.sololibri.net/L-obbedienza-non-e-piu-una-virtu.html

LORENZO MILANI

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“La cultura è una cosa meravigliosa come il mangiare ma chi mangia da solo è una bestia, bisogna mangiare insieme alle persone che amiamo e così bisogna coltivarsi insieme alle persone che amiamo.”

Continue reading “Scheda libro: L’obbedienza non è più una virtù, di Don Lorenzo Milani.”

La macchia umana, di Philip Roth

Con la celebre trilogia di cui La macchia umana fa parte P. Roth intende esplorare movimenti, tensioni, tendenze della società americana, dal dopoguerra fino al 1998, per denunciarne le assurdità, il moralismo e le ipocrisie, le aspirazioni e le frustrazioni degli individui che ne fanno parte.

Nel romanzo Roth affronta, tra gli altri, un grande tema che attiene alle democrazie: la legittima aspirazione dell’individuo a realizzare il “self made man”, concetto fondante della storia e dell’identità americana. In una grande società liberale come è diventata l’America, l’individuo può veramente concretizzare il sogno dell’autorealizzazione, al di là della sua appartenenza a gruppi sociali? Oppure è ostacolato da barriere sociali e dalle reti del potere che fungono da inibitori?

Scritto da un attento osservatore della società americana, La macchia umana è un libro impietoso nella condanna dei pregiudizi, dell’ipocrisia, del moralismo, del politicamente corretto, delle varie distorsioni etiche, sociali dell’opinione pubblica che ingabbiano l’individuo e ostacolano la ricerca di autonomia e il suo profondo desiderio di libertà individuale: “Impara, si disse, prima di morire, a vivere al di là della giurisdizione della loro irritante, odiosa, stupida condanna”.

Lo spunto per collegarsi a eventi reali della società americana, espediente usato frequentemente da Roth, è fornito dallo scandalo Clinton-Lewinsky. E’ il 1998, lo scandalo mette alla prova l’etica morale dell’America, definita da Roth “l’estasi dell’ipocrisia ”

Parallelamente anche Athena è sconvolta dalla vicenda analoga di Silk Coleman che all’età di 71 anni ha un’intensa relazione sessuale con Faunia, una donna di 34 anni. Nathan Zuckerman, (personaggio ricorrente nei romanzi di Roth) scrittore, amico di Coleman, per sua volontà, racconta la vicenda.
Nel passato, Coleman, di origine afroamericana, nel quartiere ebraico dove ha vissuto, ha sperimentato numerose forme di razzismo, sia nell’ambito della comunità di appartenenza, sia presso l’università di Howard, tradizionalmente nera, dove egli ha frequentato.

L’appartenenza al gruppo afroamericano, connotato come collettivamente e continuamente oppresso, costituisce per Coleman un ostacolo alla piena realizzazione di sé come individuo. Perfino seguire le tradizioni familiari, il “culto degli antenati”, se diventa “idolatria” può paralizzare un individuo e ostacolare lo sviluppo personale.
Mosso dal desiderio di liberarsi da tale eredità ingombrante e credendo fermamente di poter realizzare il sogno del “self made man” Coleman prende al volo il suggerimento di un suo allenatore e si dichiara ebreo bianco. Appartenere a un’altra minoranza, gli appare la scelta più facile per poter aggirare tutti gli ostacoli e affermarsi al di là della morale comune. Continue reading “La macchia umana, di Philip Roth”

Recensione: La macchia umana, di Philip Roth

Noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme:
non c’è altro mezzo per essere qui.

Durante l’incontro di ieri con il gruppo di lettura sul libro di Philip Roth, è emersa la complessità e la densità della sua narrazione, la capacità di scavare nel fondo torbido delle stanze buie della coscienza, l’analisi spietata dei fatti, l’assenza di ogni illusione.

Coleman Silk, cittadino americano rispettato e stimato dalla comunità in cui vive, con una vita familiare e una posizione sociale invidiabile dai più, ormai anziano, si trova a fare i conti con un evento banale dal quale avrà inizio il crollo inaspettato e vertiginoso dell’identità che con fatica e ambizione aveva lottato per costruire. E questo crollo è tanto assurdo quanto è grande la facilità con cui potrebbe essere evitato: Coleman custodisce un segreto inconfessabile che, se rivelato, lo scagionerebbe dalle accuse che gli vengono mosse, ma morirà senza svelarlo.

Il protagonista è uno stimato uomo di lettere e preside di facoltà; è anche il sogno americano che Roth mostra trasformato in una farsa ipocrita; è anche l’impossibilità universale (perché la società è omologante ovunque) di poter essere se stessi all’interno di un sistema collettivo che per esistere richiede il sacrificio dell’individuo ai tabù della convivenza comunitaria.  Coleman (e non solo lui)  non rivela il suo segreto perché così facendo si ritroverebbe definitivamente nudo, più nudo di quanto gli altri lo credano dopo averlo screditato e messo al bando attraverso pettegolezzi e insinuazioni di basso livello.

La nudità, che corrisponde alla verità, sfugge a chi si ferma alla superficie delle versioni ufficiali e delle menzogne quotidiane, mentre spinge per emergere dalle crepe dell’inconscio, da una gaffe o da una parola apparentemente sbagliata e invece drammaticamente rivelatrice.

“ Come si viene smascherati o distrutti dalla parola ideale. Cosa svela il travestimento, la copertura e la dissimulazione? Questo, la parola giusta pronunciata spontaneamente, senza doverci nemmeno pensare. “

La parola, il linguaggio, la letteratura possono dunque nascondere o rivelare. La scelta è dell’uomo che della parola è il padrone.

Un libro come questo non è detto che piaccia. È scomodo come la sabbia nel costume. Ti obbliga a intervenire sul tuo concetto personale di verità. Non ti lascia rimandare. Magari desideri arrivare alla fine per tornare al tuo sonno tranquillo. Ma fino a quel momento, non ti lascia in pace.

Personalmente, mi è piaciuto tantissimo. La lettura è stata un’esperienza che ha richiesto tanto impegno e tutta la mia concentrazione, in un momento della mia vita già complicato e sofferto di per sé. Entrare quindi anche nella vita tormentata di queste persone è stato faticoso e massacrante. Ma ne è valsa la pena.

Quello che ho avuto in cambio e che sento di essermi meritata con il sudore per il lavoro di confronto con me stessa e con le mie ipocrisie a cui Roth mi ha obbligata e mi obbligherà finché la forza di questo libro resterà ben presente in me, è il desiderio di una maggior onestà nella ricerca di me stessa e la sensazione di un grande amore per la vita e per l’uomo nella sua autentica drammatica essenza: ‘la macchia umana’, tragedia corale che coinvolge tutti e che riesco a vedere attraverso questi antieroi moderni impegnati in una battaglia epica contro loro stessi, rinchiusi nella loro camera dei segreti, luogo in cui si annida il principio e la fine di tutto.

“Ognuno, sulla terra, prepara in modo diverso la propria fine: questo è il modo in cui la programmano loro. Non è più possibile, ormai, che si fermino in tempo.
E’ fatta.”

E’ stato automatico pensare a un passaggio di Pavese da La rupe, in Dialoghi con Leucò:

Eracle. Nulla ho fatto, Prometeo.
Prometeo. Non saresti un mortale, se sapessi il destino. Ma tu vivi in un mondo di dèi e gli dèi vi hanno tolto anche questo. Non sai nulla e hai già fatto ogni cosa.
Eracle. Non vuoi lasciare la tua rupe?
Prometeo. Devo lasciarla, Eracle – ti dico che ti aspettavo. Ma, come a uomo, l’istante mi pesa. Tu sai che qui si soffre molto.
Eracle. Basta guardarti, Prometeo.
Prometeo. Si soffre al punto che si vuol morire. Un giorno anche tu saprai questo, e salirai sopra una rupe.

 

Letture in corso: “Inganno” e “La macchia umana” di Philip Roth.

Durante la pausa estiva, il gruppo di lettura leggerà due libri dello scrittore  da poco scomparso, Philip Roth:
Inganno  e   La macchia umana.

Il prossimo incontro è previsto per
giovedì 6 settembre 2018,
ore 20.30 – Sala comunale Ex Lavatoio, Sforzatica S.Andrea – Dalmine

 

Inganno

roth inganno

“Con l’amante la vita quotidiana passa in secondo piano” scrive Roth ed esibendo tutta la sua abilità di brillante osservatore della passione umana, presenta in “Inganno” il mondo circoscritto dell’intimità adulterina con una schiettezza che non ha eguali nella narrativa americana. Al centro di “Inganno” ci sono due adulteri nel loro nascondiglio. Lui è uno scrittore americano di mezza età che vive a Londra, di nome Philip, lei è una donna inglese spigliata, intelligente e colta, compromessa da un matrimonio umiliante a cui, a poco più di trent’anni, è già quasi, a malincuore, rassegnata. L’azione del libro consiste nelle loro conversazioni, per lo più schermaglie amorose prima e dopo aver fatto l’amore. Questo dialogo acuto, ricco, scherzoso, inquisitorio, “che si muove” come scrive Hermione Lee “su una scala di dolore che va da un furioso sconcerto a una stoica gaiezza” è quasi l’unico ingrediente di questo libro, e l’unico di cui si senta il bisogno.
(fonte: Einaudi.it)

“Questa è la vita: sempre una forma leggermente distorta di letteratura”

La macchia umana

macchia umana

Il professor Coleman Silk da cinquant’anni nasconde un segreto, e lo fa così bene che nessuno se n’è mai accorto, nemmeno sua moglie o i suoi figli. Un giorno però basta una frase (anzi una sola parola detta per sbaglio, senza riflettere) e su di lui si scatenano le streghe del perbenismo, gli spiriti maligni della “political correctness”. Allora tutto il suo mondo, la sua brillante vita accademica, la sua bella famiglia, di colpo crollano; e ogni cosa che Coleman fa suscita condanna, ogni suo gesto e ogni sua scelta scandalizzano i falsi moralisti. Non c’è scampo perché “noi lasciamo una macchia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui”.
(fonte: Einaudi.it)

“Ciò che noi sappiamo è che, in un modo non stereotipato, nessuno sa nulla.
Non puoi sapere nulla. Le cose che sai… non le sai.
Intenzioni? Motivi? Conseguenze? Significati?
Tutto ciò che non sappiamo è stupefacente.
Ancor più stupefacente è quello che crediamo di sapere.”

 

– PHILIP ROTH –

philip roth

“Tutto quello che ho per difendermi è l’alfabeto;
è quanto mi hanno dato al posto di un fucile”

Philip Roth (Newark 1933 – Manhattan 2018) è stato uno scrittore statunitense.
Figlio di ebrei piccolo-borghesi rigorosamente osservanti, ha fatto oggetto della sua narrativa la condizione ebraica, proiettata nel contesto urbano dell’America dell’opulenza. I suoi personaggi appaiono vanamente tesi a liberarsi delle memorie etniche e familiari per immergersi nell’oblio dell’attualità americana: di qui la violenta carica comica, ironica o grottesca, che investe anche le loro angosce.
Dopo un primo, felice romanzo breve, Addio, Columbus (1959), e i meno incisivi Lasciarsi andare (1962) e Quando Lucy era buona (1967), Roth ha ottenuto la celebrità con Lamento di Portnoy (1969).
Dopo Il grande romanzo americano (1973, riedito in Italia da Einaudi nel 2014), attacco al mito del baseball, in Professore di desiderio (1978) e Lo scrittore fantasma (1979) Roth è tornato al tema dell’erotismo.
Con Pastorale americana (1997, con cui vince il Premio Pulitzer), Ho sposato un comunista (1998) e Il complotto contro l’America (2004), romanzi che hanno suscitato accesi dibattiti, Roth passa dall’allegoria alla cronaca letteraria della storia nazionale. L’animale morente (2001) – in cui torna Kepesh, protagonista di Professore di desiderio –, La macchia umana (2000, trasposto in film da Benton nel 2003) e Everyman (2007) sono riflessioni più intimiste che, attraverso l’osservazione del corpo e del suo implacabile deterioramento, svolgono la metafora dell’ineluttabilità del destino e dello scorrere rapido del tempo.
Tra i suoi ultimi libri: Il fantasma esce di scena (2007), Indignazione (2008), L’umiliazione (2009), La controvita (2010), Nemesi (2011), La mia vita di uomo (1974; nuova traduzione Einaudi 2011).
Lo stesso Einaudi (il suo editore di riferimento italiano) ha pubblicato anche I fatti. Autobiografia di un romanziere (2013).
(Fonte: IBS.it)

Recensione: Amore e Psiche.

Amore e Psiche è un’opera definita sia fiaba che mito e proprio per questa sua caratteristica incontra i miei gusti ben due volte.

Le fiabe mi riportano all’infanzia, ai giochi ma anche alle prime esplorazioni mentali: una scuola serale di immaginazione (e adesso posso dire di “iniziazioni”) con storie di bambini minuscoli, foreste incantate, briciole di pane e fagioli magici, principesse abbandonate nei boschi e nani brontoloni, lupi intelligenti e cacciatori provvidenziali, e il bacio di un principe bellissimo o il ritrovamento di una pentola piena di monete d’oro a chiudere positivamente ogni avventura prima di prender sonno.

I miti invece mi rimandano a una dimensione complessa in cui umano e divino si contaminano e se a volte è amore, altre è lotta, tra desiderio e destino, trasgressione e punizione, guerrieri valorosi e dei mai soddisfatti, morte e rinascita (sotto altra forma) in uno scenario dove l’unica certezza è l’eterna tensione tra la dimensione terrena e quella più grande (sembrerebbe infinita) dello spirito, dell’astratto che ci abita. Sono immagini e concetti provenienti dalla profondità dei tempi che riaffiorano ancora oggi con grande freschezza e possono calmare la sete di analisi interiore, ma che non prevedono un principe azzurro all’orizzonte per tranquillizzare eventuali cuori turbati.

In Amore e Psiche, le difficoltà da superare per il compimento di ogni destino, a cui i miti ci preparano, e l’affidamento con cui vi ci si abbandona nelle fiabe si fondono. Per questo intreccio di generi e per il fatto che Psiche è “perfettamente umana” (cioè imperfetta di fronte alle aspettative divine), non ho fatto fatica a essere subito attratta da lei che, con la sua disobbedienza al divieto di “crescere nella conoscenza”, mi insegna ad avere più coraggio e fiducia nella ricompensa finale. Continue reading “Recensione: Amore e Psiche.”

Recensione: Amore e Psiche.

Leggere la favola di Amore e Psiche è stato come ritornare bambina.
Mi piacevano le favole dove i cattivi erano completamente cattivi e dove i buoni, pur attraversando prove difficilissime, avevano poi la vittoria sui primi. Mentre la vicenda di Orfeo ed Euridice ha un finale tragico, quella di Amore e Psiche ha un lieto fine. La mia parte infantile è soddisfatta….. ma tornando all’età adulta che cosa mi suggerisce questa favola?
Mi ha fatto riflettere sul rapporto di coppia. Amore e Psiche è la storia della nascita, della crisi e della maturazione di un amore.
Come un qualunque adolescente, Amore è incantato davanti alla ragazza: è troppo bella!!! Psiche si abbandona al corteggiamento e alla tenerezza di Amore. Come tutti gli innamorati essi vivono l’estasi dell’incontro come immersione nella pura bellezza. Ma Amore non si svela completamente alla sua amata e, col tempo, questo genera il dubbio in lei. La quotidianità incrina il loro rapporto e l’ armonia perfetta si rompe. Psiche finisce per ascoltare il suggerimento malvagio delle sorelle. L’amore è un dono fragilissimo. Può scomparire da un momento all’altro per l’invidia di chi se ne sente escluso. Amore, dal canto suo, non riesce a perdonare Psiche: è la crisi coniugale. Una crisi però provvidenziale perché porta a far maturare entrambi i protagonisti. Psiche diventa attiva e determinata perché crede nell’amore. Vuole salvarlo, vuole battersi per riconquistarlo anche a costo della vita. Non le importano le difficoltà delle prove, le importa solo la volontà di amare che è componente essenziale nell’amore maturo. In questa crisi e in questa lotta Psiche non è sola, ma incontra gli amici, i buoni consiglieri che la guidano per uscire vittoriosa da tutte le prove. Nella crisi infatti il confronto e l’esperienza degli altri può essere di grande aiuto a ritrovare equilibrio e forza. Così finalmente Psiche raggiunge Amore il quale nel frattempo ha maturato la capacità di perdonare Psiche. Entrambi provano di nuovo la gioia di appartenenza. Le loro nozze saranno eterne perché l’amore è sempre giovane e nuovo ogni giorno.

Angela

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