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Gruppo di Lettura Dalmine

Letture in corso: “Inganno” e “La macchia umana” di Philip Roth.

Durante la pausa estiva, il gruppo di lettura leggerà due libri dello scrittore  da poco scomparso, Philip Roth:
Inganno  e   La macchia umana.

Il prossimo incontro è previsto per
giovedì 6 settembre 2018,
ore 20.30 – Sala comunale Ex Lavatoio, Sforzatica S.Andrea – Dalmine

 

Inganno

roth inganno

“Con l’amante la vita quotidiana passa in secondo piano” scrive Roth ed esibendo tutta la sua abilità di brillante osservatore della passione umana, presenta in “Inganno” il mondo circoscritto dell’intimità adulterina con una schiettezza che non ha eguali nella narrativa americana. Al centro di “Inganno” ci sono due adulteri nel loro nascondiglio. Lui è uno scrittore americano di mezza età che vive a Londra, di nome Philip, lei è una donna inglese spigliata, intelligente e colta, compromessa da un matrimonio umiliante a cui, a poco più di trent’anni, è già quasi, a malincuore, rassegnata. L’azione del libro consiste nelle loro conversazioni, per lo più schermaglie amorose prima e dopo aver fatto l’amore. Questo dialogo acuto, ricco, scherzoso, inquisitorio, “che si muove” come scrive Hermione Lee “su una scala di dolore che va da un furioso sconcerto a una stoica gaiezza” è quasi l’unico ingrediente di questo libro, e l’unico di cui si senta il bisogno.
(fonte: Einaudi.it)

“Questa è la vita: sempre una forma leggermente distorta di letteratura”

La macchia umana

macchia umana

Il professor Coleman Silk da cinquant’anni nasconde un segreto, e lo fa così bene che nessuno se n’è mai accorto, nemmeno sua moglie o i suoi figli. Un giorno però basta una frase (anzi una sola parola detta per sbaglio, senza riflettere) e su di lui si scatenano le streghe del perbenismo, gli spiriti maligni della “political correctness”. Allora tutto il suo mondo, la sua brillante vita accademica, la sua bella famiglia, di colpo crollano; e ogni cosa che Coleman fa suscita condanna, ogni suo gesto e ogni sua scelta scandalizzano i falsi moralisti. Non c’è scampo perché “noi lasciamo una macchia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui”.
(fonte: Einaudi.it)

“Ciò che noi sappiamo è che, in un modo non stereotipato, nessuno sa nulla.
Non puoi sapere nulla. Le cose che sai… non le sai.
Intenzioni? Motivi? Conseguenze? Significati?
Tutto ciò che non sappiamo è stupefacente.
Ancor più stupefacente è quello che crediamo di sapere.”

 

– PHILIP ROTH –

philip roth

“Tutto quello che ho per difendermi è l’alfabeto;
è quanto mi hanno dato al posto di un fucile”

Philip Roth (Newark 1933 – Manhattan 2018) è stato uno scrittore statunitense.
Figlio di ebrei piccolo-borghesi rigorosamente osservanti, ha fatto oggetto della sua narrativa la condizione ebraica, proiettata nel contesto urbano dell’America dell’opulenza. I suoi personaggi appaiono vanamente tesi a liberarsi delle memorie etniche e familiari per immergersi nell’oblio dell’attualità americana: di qui la violenta carica comica, ironica o grottesca, che investe anche le loro angosce.
Dopo un primo, felice romanzo breve, Addio, Columbus (1959), e i meno incisivi Lasciarsi andare (1962) e Quando Lucy era buona (1967), Roth ha ottenuto la celebrità con Lamento di Portnoy (1969).
Dopo Il grande romanzo americano (1973, riedito in Italia da Einaudi nel 2014), attacco al mito del baseball, in Professore di desiderio (1978) e Lo scrittore fantasma (1979) Roth è tornato al tema dell’erotismo.
Con Pastorale americana (1997, con cui vince il Premio Pulitzer), Ho sposato un comunista (1998) e Il complotto contro l’America (2004), romanzi che hanno suscitato accesi dibattiti, Roth passa dall’allegoria alla cronaca letteraria della storia nazionale. L’animale morente (2001) – in cui torna Kepesh, protagonista di Professore di desiderio –, La macchia umana (2000, trasposto in film da Benton nel 2003) e Everyman (2007) sono riflessioni più intimiste che, attraverso l’osservazione del corpo e del suo implacabile deterioramento, svolgono la metafora dell’ineluttabilità del destino e dello scorrere rapido del tempo.
Tra i suoi ultimi libri: Il fantasma esce di scena (2007), Indignazione (2008), L’umiliazione (2009), La controvita (2010), Nemesi (2011), La mia vita di uomo (1974; nuova traduzione Einaudi 2011).
Lo stesso Einaudi (il suo editore di riferimento italiano) ha pubblicato anche I fatti. Autobiografia di un romanziere (2013).
(Fonte: IBS.it)

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Recensione: Amore e Psiche.

Amore e Psiche è un’opera definita sia fiaba che mito e proprio per questa sua caratteristica incontra i miei gusti ben due volte.

Le fiabe mi riportano all’infanzia, ai giochi ma anche alle prime esplorazioni mentali: una scuola serale di immaginazione (e adesso posso dire di “iniziazioni”) con storie di bambini minuscoli, foreste incantate, briciole di pane e fagioli magici, principesse abbandonate nei boschi e nani brontoloni, lupi intelligenti e cacciatori provvidenziali, e il bacio di un principe bellissimo o il ritrovamento di una pentola piena di monete d’oro a chiudere positivamente ogni avventura prima di prender sonno.

I miti invece mi rimandano a una dimensione complessa in cui umano e divino si contaminano e se a volte è amore, altre è lotta, tra desiderio e destino, trasgressione e punizione, guerrieri valorosi e dei mai soddisfatti, morte e rinascita (sotto altra forma) in uno scenario dove l’unica certezza è l’eterna tensione tra la dimensione terrena e quella più grande (sembrerebbe infinita) dello spirito, dell’astratto che ci abita. Sono immagini e concetti provenienti dalla profondità dei tempi che riaffiorano ancora oggi con grande freschezza e possono calmare la sete di analisi interiore, ma che non prevedono un principe azzurro all’orizzonte per tranquillizzare eventuali cuori turbati.

In Amore e Psiche, le difficoltà da superare per il compimento di ogni destino, a cui i miti ci preparano, e l’affidamento con cui vi ci si abbandona nelle fiabe si fondono. Per questo intreccio di generi e per il fatto che Psiche è “perfettamente umana” (cioè imperfetta di fronte alle aspettative divine), non ho fatto fatica a essere subito attratta da lei che, con la sua disobbedienza al divieto di “crescere nella conoscenza”, mi insegna ad avere più coraggio e fiducia nella ricompensa finale. Continue reading “Recensione: Amore e Psiche.”

Recensione: Amore e Psiche.

Leggere la favola di Amore e Psiche è stato come ritornare bambina.
Mi piacevano le favole dove i cattivi erano completamente cattivi e dove i buoni, pur attraversando prove difficilissime, avevano poi la vittoria sui primi. Mentre la vicenda di Orfeo ed Euridice ha un finale tragico, quella di Amore e Psiche ha un lieto fine. La mia parte infantile è soddisfatta….. ma tornando all’età adulta che cosa mi suggerisce questa favola?
Mi ha fatto riflettere sul rapporto di coppia. Amore e Psiche è la storia della nascita, della crisi e della maturazione di un amore.
Come un qualunque adolescente, Amore è incantato davanti alla ragazza: è troppo bella!!! Psiche si abbandona al corteggiamento e alla tenerezza di Amore. Come tutti gli innamorati essi vivono l’estasi dell’incontro come immersione nella pura bellezza. Ma Amore non si svela completamente alla sua amata e, col tempo, questo genera il dubbio in lei. La quotidianità incrina il loro rapporto e l’ armonia perfetta si rompe. Psiche finisce per ascoltare il suggerimento malvagio delle sorelle. L’amore è un dono fragilissimo. Può scomparire da un momento all’altro per l’invidia di chi se ne sente escluso. Amore, dal canto suo, non riesce a perdonare Psiche: è la crisi coniugale. Una crisi però provvidenziale perché porta a far maturare entrambi i protagonisti. Psiche diventa attiva e determinata perché crede nell’amore. Vuole salvarlo, vuole battersi per riconquistarlo anche a costo della vita. Non le importano le difficoltà delle prove, le importa solo la volontà di amare che è componente essenziale nell’amore maturo. In questa crisi e in questa lotta Psiche non è sola, ma incontra gli amici, i buoni consiglieri che la guidano per uscire vittoriosa da tutte le prove. Nella crisi infatti il confronto e l’esperienza degli altri può essere di grande aiuto a ritrovare equilibrio e forza. Così finalmente Psiche raggiunge Amore il quale nel frattempo ha maturato la capacità di perdonare Psiche. Entrambi provano di nuovo la gioia di appartenenza. Le loro nozze saranno eterne perché l’amore è sempre giovane e nuovo ogni giorno.

Angela

Approfondimento: Amore e Psiche, di Apuleio.

apuleio

Amore e Psiche e la stratificazione di interpretazioni e riscritture: un percorso alla scoperta della complessità della letteratura, di CLAUDIA MIZZOTTI

http://www.italianisti.it/upload/userfiles/files/2013%20MIZZOTTI.pdf

Prima tappa: lettura del testo in traduzione italiana e contestualizzazione nella produzione dell’autore e nell’opera di appartenenza.

Le Metamorfosi di Apuleio sono l’unico romanzo interamente pervenuto della letteratura latina, con tutti i limiti che la definizione di “romanzo” applicata ad un prodotto letterario antico evidentemente comporta e che non si vogliono qui approfondire. All’interno della narrazione autodiegetica delle avventure di Lucio, trasformato in asino e che di nuovo torna uomo dopo mille peripezie, è incastonato in posizione mediana l’ampio racconto nel racconto, la “bella fabella” di Amore e Psiche che una narratrice di secondo grado, una vecchia stravagante e avvinazzata della quale è taciuto il nome, propone a scopo consolatorio a Carite, una fanciulla prigioniera di una banda di ladroni. Si tratta di una fabula milesia e non è la sola deviazione narrativa rispetto all’avventura principale di Lucio, ma questo non autorizza certo a considerare la vicenda del protagonista-narratore una semplice cornice destinata a contenere novelle: nel caso particolare dell’excursus di Amore e Psiche, esso è destinato ad illuminare il senso della storia principale, di cui è sintesi concettuale e di cui prefigura il senso filosofico ed iniziatico che verrà svelato a pieno solo nella conclusione delle avventure di Lucio. È un modello in scala ridotta dell’intero romanzo, dunque, “una variante semantica dell’intreccio principale” (Bachtim), e la successione degli avvenimenti, le sequenze narrative della novella replicano l’ordine delle vicende del romanzo: prima un’avventura erotica, poi la curiositas punita con la perdita della condizione beata, quindi le peripezie e le sofferenze determinate dalla trasgressione e dalla persecuzione divina (Fortuna da una parte come Afrodite dall’altra), lo scioglimento nel lieto fine grazie ad un insperato intervento divino che trasforma ed eleva il protagonista curioso, Lucio da una parte e Psiche dall’altra.

Seconda tappa: mito o fiaba?

Se le testimonianze archeologiche e letterarie attestano precocemente la personificazione dei due protagonisti, la narrazione dell’interazione fra loro è per la prima volta documentata in letteratura da Apuleio; essa mostra un’evidente matrice popolare folclorica, d’origine orientale, siriana o iraniana, come gli studi di Vladimir Propp e Bruno Bettelheim hanno messo ampiamente in luce. Il primo ha individuato l’origine della fiaba nei riti di iniziazione (la teoria è confermata anche dagli studi di Mircea Eliade) cui venivano sottoposti i giovani nel momento del passaggio dalla adolescenza all’età matura. Essi venivano allontanati dalla comunità e sottoposti a una serie di prove, superate le quali venivano riaccolti in seno alla comunità, abili per il matrimonio. Scomparsi i riti, ne rimasero tuttavia tracce nelle narrazioni, scandite da funzioni ricorrenti, azioni svolte dagli iniziandi in successione che si trasformarono in sequenze narrative, esemplarmente riconoscibili anche nella bella fabella di Apuleio: allontanamento, divieto, infrazione, danneggiamento, donatori e/o mezzi magici, trasfigurazione e matrimonio. È davvero molto facile per gli studenti e le studentesse riconoscere alcuni motivi, situazioni, personaggi ricorrenti nelle fiabe di cui si è nutrito il loro immaginario infantile: non solo lo sposo-mostro, su cui sono costruite le fiabe La bella e la bestia, Il principe ranocchio, Barbablu, ma anche il luogo di piacere che nasconde l’insidia (il castello incantato di Amore come la casetta di Pan di Zenzero, in Hansel e Gretel), le sorelle invidiose (che tanto ricordano le sorellastre di Cenerentola), la suocera/matrigna cattiva che perseguita la protagonista (come in Cenerentola), il sonno eterno che preserva la bellezza cui segue il bacio del risveglio attestato in Biancaneve e nella Bella Addormentata nel bosco. I personaggi appartengono al mondo del mito, ma la loro storia ricalca il modello della fiaba. Mito e fiaba sono alternativi di norma l’uno all’altra per una serie di caratteristiche antitetiche, facilmente verificabili nell’ambito di un’analisi narratologica ed illustrate dallo stesso Bettelheim, ma secondo Martin Nilsson, la magia del racconto di Amore e Psiche consiste nello stare sospeso tra l’inconsistenza della narrazione popolare, cioè della fiaba, e la consistenza dei modelli archetipici propri della religione e della mitologia, in un equilibrio dinamico difficilmente ripetibile.

Terza tappa: storia di sopraffazione maschile o di resistenza femminile?

Ogni narrazione è figlia del suo tempo e la bella fabella è una preziosa testimonianza della storia dei rapporti di genere. Psiche è oggetto di vessazioni e nonostante questo continua ad amare un marito, a sua volta sottomesso ad una madre dispotica. Tale cieco asservimento impone a Psiche una serie di umiliazioni penalizzanti della sua dignità. Si può tuttavia vedere la vicenda dei due giovani amanti come una storia di resistenza femminile al patriarcato. Questa è l’interpretazione che dobbiamo a Carol Gilligan e che è stata sposata recentemente anche da Eva Cantarella. Psiche è indubbiamente la protagonista della storia, che lotta contro la sua reificazione e, quando si accorge di essere incinta, il desiderio di conoscere la verità è più forte di ogni altra cosa: deve sapere chi è il padre di suo figlio, diventare consapevole, amare nella luce, a qualsiasi prezzo. Il pubblico di Apuleio poteva in effetti interpretare la storia di Psiche come una vicenda di ribellione e resistenza femminile, fenomeno storicamente documentato nel mondo romano, a partire dal sostegno che le donne scese in piazza nel 195 a.C. diedero all’abrogazione della lex Oppia del 215 a.C., la quale vietava loro di ostentare abiti colorati e gioielli. Ancora, le donne romane contrastarono in modo singolare la lex Iulia de adulteriis (che rendeva l’adulterio crimen punito con la pena del confino su un’isola): dal momento che prostitute e mezzane erano esentate dalla applicazione della legge, molte matrone decisero di registrarsi come tali, con un chiaro atto di disobbedienza civile. Erano padri e tutori a decidere del destino matrimoniale delle donne: ne fece le spese ad esempio la poetessa Sulpicia (età di Augusto), innamorata di Cerinto, che lo zio–tutore Messalla le impedì di sposare. Il diritto paterno fu abolito proprio nel II secolo d.C. sotto l’imperatore Antonino Pio, ossia proprio nell’età in cui visse e scrisse Apuleio.

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Omaggio a Philip Roth

E’ morto Philip Roth.

L’ultima intervista a «la Lettura»
«Ecco perché ho smesso di scrivere»

 

Il colloquio de «la Lettura» con il romanziere che meglio di tutti ha interpretato
il secondo Novecento americano.
Che rivelava: «Ho scritto per vedere se ne ero capace».

di LIVIA MANERA

 

roth 3

 

Lo scrittore americano Philip Roth è morto a 85 anni. Questo articolo è tratto da «la Lettura» #301 del 3 settembre 2017.

 

Come ogni anno, dall’inizio di giugno alla fine di settembre Philip Roth lascia l’appartamento nell’Upper West di New York e si ritira nella sua casa settecentesca del Connecticut, al confine con il Massachusetts, in un paesaggio di aceri e frassini giganteschi che proteggono la sua voglia di starsene isolato e ricevere soltanto le visite degli amici più intimi. In questa bella casa di legno grigio, arredata con gusto ma senza altre pretese che il comfort, Roth trascorre il suo tempo nuotando in piscina per curare la schiena, leggendo saggi di storia americana e ascoltando musica classica, quando non si ritrova come tutti incollato alla televisione a seguire l’ultima mattana di un presidente che considera una vergogna e una minaccia per il Paese.
Proprio per questo, probabilmente, quando gli chiedo se è disposto a concedere un’intervista a «la Lettura» dopo tanti anni di silenzio, accetta a condizione di non affrontare temi di attualità. Del suo pensiero in fatto di politica e società parlano i trentuno libri che ha pubblicato in sessant’anni di lavoro, dalle pagine sarcastiche su Richard Nixon di La nostra gang (1971), ai risvolti tragici della caccia alle streghe di Ho sposato un comunista (1998), alla bigotteria dell’impeachment del presidente Clinton de La Macchia umana (2000). Eppure il suo cuore democratico si rifiuta di credermi quando gli dico che qualche settimana fa, prima dell’inizio di un concerto di Rachmaninoff all’Hollywood Bowl di Los Angeles, il pubblico si è alzato in piedi e ha cantato l’inno americano. «C’è qualcosa di poco chiaro in questa storia», dice scettico. «Manca qualcosa. Se fosse vero farebbe venire i brividi».
Quando gli chiedo della sua vita in campagna, racconta che la novità di quest’estate sono stati gli orsi. Ora, quando esce di casa è costretto a urlare come un matto o a suonare il clacson dell’auto, con la speranza di spaventarli e costringerli ad allontanarsi. Chiacchieriamo al telefono per oltre un’ora, ma le domande preferisce riceverle per email.

In «Why Write?» («Perché scrivere?»), nelle librerie americane dal 12 settembre, lei afferma che «uno scrittore ha bisogno dei suoi veleni. E un antidoto al veleno è spesso un libro». Tra i suoi, di veleni, si potrebbero annoverare gli attacchi che ha ricevuto fin dal principio della sua carriera. E tuttavia — pensando agli anni Sessanta — Norman Mailer era uno scrittore che andava a cercare la rissa, lei sembra essersi ritrovato al centro di infiammate polemiche senza volerlo. Di certo quello che ha scritto ha dato fastidio a molta gente. Ma ha anche trovato una motivazione in quella resistenza. Con il senno di poi, pensa che la rabbia sia la migliore amica di uno scrittore?
«No, la rabbia è probabilmente la peggior nemica di un romanziere. Qualunque cosa offuschi la mente di un romanziere è sua nemica, e c’è forse qualcosa di più accecante della rabbia? Lei ha ragione a dire che all’inizio non ero uno che andasse a cercarsi la rissa. Né ho trovato solo avversari all’epoca del mio esordio — il mio primo libro ha ricevuto l’apprezzamento di alcuni dei critici più seri in circolazione e ha vinto più di un premio. Ma ha anche dato, come dice lei, fastidio a una porzione significativa del mio pubblico ebreo, e la virulenza della loro reazione mi ha preso in effetti davvero di sorpresa, quando avevo ventisette anni. Avevo orrore dell’antisemitismo; perciò non era gradevole essere etichettato come antisemita da questi lettori ebrei fuori di sé».

«Pastorale americana» può essere interpretato come uno spartiacque, il momento in cui a sessant’anni ha finalmente deciso di affrontare i temi politico-sociali da cui aveva preso le distanze quando, negli anni Sessanta, ha scritto che di fronte a una realtà americana che superava ogni limite, «la povera immaginazione di un romanziere» risultava umiliata. Che cosa pensa di avere perso, e guadagnato, nel diventare uno scrittore più maturo?
«Ho guadagnato la maturità, che per me, come romanziere, ha voluto dire una consapevolezza delle dimensioni più profonde del romanzo stesso. Ho scoperto che il potere del romanzo risiede nella ricchezza delle diverse parti che lo compongono. O forse quello che ho scoperto sono risorse dentro di me che solo il passaggio del tempo — gli anni e anni dedicati a scrivere e a vivere — poteva rendere accessibili».

Che impatto crede di avere avuto sulla letteratura e sull’America?
«È una valutazione che preferisco lasciare ad altri».

In «Why Write?» lei ha pubblicato una lettera della scrittrice Mary McCarthy, molto critica nei confronti del suo romanzo «La controvita». Ha anche scritto che ci sono state stroncature che le hanno cavato il sangue e scatenato la sua furia. Sono reazioni comprensibili, ma mi è venuto da pensare: esiste la possibilità che uno scrittore possa imparare qualcosa di utile da una recensione negativa? A lei, è mai successo?
«Le recensioni non sono scritte per lo scrittore. Sono scritte per i lettori. Che una recensione sia favorevole o sfavorevole, è una cosa che davvero non tocca quel processo lungo, arduo e intricato attraverso il quale un romanzo prende forma. Nel corso di un singolo giorno di lavoro, uno scrittore alle prese con un romanzo compie migliaia di scelte e queste scelte sono decise da migliaia di altri fattori, eccetera. Il lavoro del recensore, non importa quanto dotato, si svolge in un’altra sfera».

In questo libro lei dice che «a volte, quando si inizia a scrivere un romanzo, l’incertezza nasce non tanto dal fatto che la scrittura venga con difficoltà, ma dal contrario, dal fatto che non venga con abbastanza difficoltà». Quest’abitudine a cercare una resistenza — nelle sue parole, questo andare in cerca di «guai» — è rimasta invariata, nel corso degli anni, o è cambiata?
«Semmai, direi che la sfida negli anni si è fatta più intensa. Invece di diventare più facile, con la crescita e la maturazione del proprio talento, la battaglia con il proprio materiale si espande — o almeno questa è stata la mia esperienza. Più cose sapevo, più difficile diventava».

Insomma, alla fine, perché scrivere? Il suo libro offre una risposta lunga 452 pagine. Come le ho detto al telefono, è il libro più intelligente — e spesso esilarante — che abbia letto da anni. Ma vorrei girarle la domanda che ha scelto per il suo titolo, e avere una riposta da una persona che può guardare indietro a sessant’anni di lavoro…
«Il meglio che posso dire è che ho scritto perché volevo vedere se ne ero capace».

E ora che ha smesso, com’è non essere uno scrittore attivo? Come valuta l’esperienza di separare la sua vita dalla scrittura?
«Io non sono più molte cose che una volta ero, e non sono più capace di fare una quantità di cose che una volta facevo. A ottantaquattro anni, smettere diventa un modo di vivere. Delle cose che non ho più, faccio a meno».

∼∞∼

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Omaggio a Ermanno Olmi.

 

TERRA MADRE
il film documentario di Ermanno Olmi

terra madre olmi.jpg

«Solo la sensibilità di Ermanno Olmi poteva interpretare l’alto valore etico e morale di questa straordinaria assise che è Terra Madre. Una rete planetaria fatta di uomini, pensieri, lavoro e culture presente in 153 Paesi del mondo, che va seminando e coltivando le giuste idee di difesa della biodiversità, rispetto dell’ambiente e dignità del cibo, per un futuro di pace e di armonia con la Natura».
(Carlo Petrini)

Il film documentario fu ideato nel Luglio 2006 quando era in corso a Torino il forum mondiale organizzato dallo Slow Food di Carlo Petrini, il movimento nato per difendere le biodiversità e la qualità delle produzioni agro-alimentari. Ermanno Olmi vi partecipò. Nacque così il progetto di Carlo Petrini e di Ermanno Olmi, di realizzare il film documentario d’inchiesta e di sensibilizzazione, “politico e preveggente” attorno al grande tema della politica e dell’economia del cibo e delle sue implicazioni economiche, ecologiche, sociali.

Questa l’impressione che Olmi ebbe alla vista dei contadini presenti:
«Al Forum di Terra Madre ho riconosciuto i contadini come li ricordavo nelle nostre campagne, al tempo della mia infanzia», dichiara Ermanno Olmi. «I volti dei contadini si somigliano in ogni angolo del mondo. Sono volti su cui si riconoscono le medesime tracce di vita, così come le fisionomie dei paesaggi con i campi arati, le colture, i pascoli. Oggi quel mondo dei contadini è assediato dalle grandi imprese il cui scopo è nel profitto. Anche il contadino vuole guadagnare, ma il suo attaccamento alla terra è anche un atto d’amore ed è in questo sentimento solidale che si genera il rispetto della Natura».

Il grande tema del Film documentario è l’amore che dobbiamo alla natura e la riscoperta del legame tra l’uomo e la terra.

Le riprese sono cominciate a Torino nell’ottobre 2006, durante il Forum Mondiale Terra Madre e continuate nei luoghi d’origine di alcuni protagonisti lì incontrati.
Nel febbraio 2008 una troupe è andata alle isole Svalbard (Nord della Novergia) per filmare l’inaugurazione della Banca Mondiale dei Semi.
Nell’ottobre 2008 una troupe si è recata a Dehradun (regione Uttaranchal, Nord dell’India) per riprendere la raccolta del riso, nei pressi della Navdanya Farm, la fattoria di Vandana Shiva, dove sono custoditi i semi del riso tramandati di generazione in generazione.
Infine le ultime riprese sono state effettuate a Quarto d’Altino, Comune di Roncade nel Veneto. La storia di Ernesto Girotto, vissuto per più di quarant’anni in un piccolo podere di San Cipriano, inserita nel film documentario, fu tratta dal libro “Un uomo senza desideri” di Ignazio Roiter.
Una storia fortemente provocatoria che conduce direttamente alla domanda: siamo in grado di distinguere i bisogni veri da quelli falsi e l’essenziale dall’eccesso?

Il messaggio d’augurio di Olmi è affidato a un giovane che dichiara:
Saremo la generazione che riconcilierà il genere umano con la terra.

Di seguito due trailer del film documentario:

1-
https://youtu.be/Iv0kO2tKXys

2-

∼∞∼ Continue reading “Omaggio a Ermanno Olmi.”

Recensione: Le notti bianche, di Dostoevskij.

Capita spesso che la lettura di un libro proposto dal nostro gruppo, si accavalli ad un’altra ….e capita spesso che le due cose non siano in contrapposizione, ma si completino o si influenzino a vicenda. E così ” Respirare l’amore ” di Valentino Salvoldi mi ha suggerito delle riflessioni in merito a ” Le notti bianche” di Dostoevskij. Il libro si presenta come un diario segreto.

Il protagonista si racconta e racconta un’esperienza forte che gli è capitata, proprio come spesso fanno gli adolescenti. Come facevo io…..adolescente piena di fantasia , ma molto sola.

Questi racconti riflettono la difficoltà di entrare in relazione con gli altri e di cercare al di fuori di sé la propria realizzazione. I sogni, gli ideali, sono belli, ma devono avere un contesto preciso e reale in cui calarsi…..altrimenti sono come bolle di sapone . luccicanti, leggere, evanescenti, ma destinate a scoppiare nel nulla.

Ed ecco la frase che mi è venuta in mente mentre dipanavo la trama del racconto:
“Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio dare un aiuto che gli sia simile.” (Genesi 2,18).
Questa visione non riguarda solo la coppia uomo-donna. L’uomo infatti cresce, matura, si realizza ed è felice soltanto in un contesto di relazione.
E’ necessario fare lo sforzo di lanciarsi verso gli altri, verso nuovi orizzonti, per imparare ad amare. Adamo sente il peso della solitudine pur avendo a sua disposizione tutto il creato. Dà un nome a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli animali selvatici, ma non trova un aiuto che gli corrisponda fino a quando Dio non conduce a lui la donna.

Allo stesso modo anche il nostro protagonista vive questo languore. Egli conosce tutti i volti dei passanti, conosce anche le case, eppure si chiede  Ma che cosa mi manca nel mio cantuccio? Perché mi ci trovo tanto male?”  ….E’ la mancanza di una relazione vera….
Ma finalmente anche lui compie il salto di qualità e incontra Nasten’ka.
La crisi è superata, il sognatore è uscito dal proprio io e sperimenta la bellezza di una relazione autentica….. incomincia ad amare……
E’ solo l’inizio però, Nasten’ka infatti non sarà il suo aiuto per sempre: un altro amore la sta aspettando.

Ma voglio pensare che il nostro protagonista non si arrenda. Cercherà ancora perché ormai ha capito che “La solitudine è una tempesta silenziosa che abbatte tutti i nostri rami morti, e tuttavia spinge le nostre radici viventi più a fondo, nel cuore vivente della vivente terra.” ( K Gibran).

Tanti auguri ex sognatore e buona vita!

Le notti bianche, di Dostoevskij

copertina

Le notti bianche” è un’opera giovanile di Dostoevskij scritta nel 1848, prima della deportazione in Siberia.
I due sottotitoli “Romanzo sentimentale” e “Dalle Memorie del Sognatore“, definiscono sia il genere dell’opera, appunto sentimentale, sia la tecnica usata: una narrazione in prima persona, una confessione del personaggio principale, di cui non conosciamo il nome, dotato di una inesauribile ricchezza interiore e di una capacità di elaborazione di idee e concetti che rimanda al rapporto che un artista ha con le sue risorse interiori nell’atto della creazione, dunque all’autore stesso.
Sono un sognatore. Nella mia vita c’è così poca realtà”.  È la definizione che il protagonista da di sé, presentandosi ai “gentili lettori ”.

Il tema del sognatore dovette essere meditato a lungo dall’autore. Nella Cronaca di Pietroburgo ne fa una descrizione:

[…] Sono cupi e taciturni con il loro prossimo, sprofondati in se stessi, ma amano molto tutto ciò che è lento, leggero, contemplativo, tutto ciò che agisce dolcemente sul sentimento o risveglio delle sensazioni. […]
La loro fantasia, mobile, leggera e volatile, è già risvegliata, l’impressione è già scattata, e tutto un mondo fantastico, con gioie, dolori, inferno e paradiso, con donne seducenti, imprese eroiche, con una nobile attività, sempre con qualche gigantesca lotta, con delitti e orrori d’ogni sorta, s’impadronisce all’improvviso di tutto l’essere del nostro sognatore. […]

Scegliendo questo soggetto si direbbe che Dostoevskij si proponesse di prestare attenzione al dibattito attorno al concetto, introdotto da Schiller, dell’ “educazione estetica”, indirizzata alla ricerca della bellezza e al distacco dalla vita reale, attorno al quale si era creato un ampio dibattito anche in Russia (v. scheda su contesto culturale).
L’inclinazione ai sogni e alla fuga dalla realtà, il conflitto tra uomo e società sono temi cari alla cultura romantica, soprattutto della prima metà del Ottocento.
Continue reading “Le notti bianche, di Dostoevskij”

Contesto culturale.

Le notti bianche di F. Dostoevskij

Contesto culturale

[…] Ne “Le notti bianche” ci imbattiamo in un «giovane schilleriano», ci aggiriamo in un labirinto di «escapismo» estetico, estremamente vitale nella cultura russa degli anni Trenta e Quaranta dell’Ottocento, alla base del quale stava la teoria di Schiller sull’educazione estetica dell’uomo.
Le cause che portarono alla esaltazione e alla popolarità di Schiller come poeta e ideologo della “fortezza del dispotismo” (così la giovane intelligencija aveva definito la Russia di allora, in particolare dopo la sconfitta della rivolta decabrista del 1825) sono abbastanza chiare ed evidenti. Dopo ogni ondata di repressione da parte del potere, l’attività sociale assumeva un carattere maggiormente astratto e l’ideologia della protesta e dell’ira si trasformava in una utopia estetica. Infatti l’ideale estetico dell’uomo è indubbiamente quello più astratto e staccato dalla vita reale.
In una situazione sociale di questo tipo l’interesse per Schiller, in particolare per la sua idea della libertà e per l’interpretazione dell’«anima bella», diventa pienamente comprensibile; ma questo ideale estetico dell’«individuo libero» di Schiller, diventato tanto caro ad A. Herzen e N. Stankevic, non era poi così innocente… Non per niente, rimproverando nel 1848 A. Smirnova, Nicola I ebbe ad affermare: «Il vostro Schiller e Goethe hanno rovinato la gioventù e hanno preparato l’anarchia». Nicola I esagerava certamente, ma non di tanto… In quei tempi l’«escapismo» estetico era, nonostante tutto, un’espressione di una protesta inconciliabile ed in ogni circostanza favorevole avrebbe potuto trasformarsi in una ideologia dai concreti contenuti politici. […]
La stima e l’ammirazione per Schiller, anche sullo sfondo dell’entusiasmo generale, erano per Dostoevskij del tutto eccezionali: questa passione per l’autore de “I fratelli masnadieri” era incominciata nell’infanzia e, con pochi intervalli, durò fino alla morte di F. Dostoevskij. A dieci anni aveva visto la rappresentazione de “I fratelli masnadieri” e l’impressione di questo spettacolo l’accompagnò per vari decenni, al punto di non scordarsene mai nell’età adulta. […]

[…] Una educazione estetica che sviluppasse nell’individuo tutte le virtù donategli dalla natura avrebbe dovuto sviluppare ed accrescere in ognuno qualità tali che, trasmesse di generazione in generazione, avrebbero infine sollevato il livello morale dell’umanità intera e l’avrebbero preparata ad una serie di mete e di aspirazioni comuni a tutto il genere umano. Questa grandiosa utopia schilleriana aveva chiaramente un’impronta sociale. I comuni sforzi di tutta l’umanità avrebbero dovuto giungere al risultato di creare uno stato ideale dove si sarebbero riconciliati sia gli interessi individuali, dalla matrice egoista, sia le necessità generali della comunità. Questa armonia avrebbe potuto essere raggiunta solo grazie al «bello»: il ruolo dell’arte, dell’amore e dell’amicizia vengono considerati da Schiller in questo processo come essenziali. Fra i due tipi umani che nell’ideologia dell’autore de “I fratelli masnadieri” svolgono un ruolo di primaria importanza, la palma viene attribuita agli idealisti e non ai realisti. Il realista, secondo la concezione schilleriana, in ogni determinato avvenimento opera solo per cause esterne e solo per scopi esterni; sempre e dappertutto il suo punto di riferimento saranno le leggi della natura, l’aspetto concreto della realtà e quello definitivo del mondo. Un realista non oserebbe mai concedere all’uomo la libertà, in quanto essa è considerata da lui la fonte della vendetta e della disperazione, del male e dell’anarchia. Un realista conosce con estrema chiarezza i suoi limiti, ciò che può e ciò che non può, e i suoi pensieri non oltrepassano mai tale limite. L’idealista invece considera la sua volontà come fonte delle proprie aspirazioni e conoscenza, e come volere supremo la libertà del proprio io. Si tratta di un sognatore che grazie all’arditezza del suo spirito può realizzare l’utopia estetica di Schiller. Finché la società è organizzata in uno «stato etico di dovere» l’idealista è obbligato a portare la sua utopia estetica nell’intimo del proprio io. L’individuo può raggiungere la libertà non tanto nella sfera dell’azione politica e dell’attività sociale, quanto nello spazio ideale del bello. In tale dimora dell’ideale, nello spazio dello spirito, potrà entrare solo l’uomo che possiede un’«anima bella», «die schòne Sede». Continue reading “Contesto culturale.”

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