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Gruppo di Lettura Dalmine

23 aprile: Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore.

Patrocinata dall’UNESCO, la Giornata mondiale del Libro cade il 23 aprile, anniversario di quello stesso giorno del 1616 in cui scomparvero tre grandi scrittori: Miguel de Cervantes,  William Shakespeare e Inca Garcilaso de la Vega.

Quest’anno abbiamo scelto di celebrarla attraverso le parole dello scrittore, premio Nobel per la letteratura nel 2010, Mario Vargas Llosa.

Proponiamo di seguito un estratto da “Elogio della lettura e della finzione“, trascrizione del discorso che tenne a Stoccolma in occasione del ricevimento del premio Nobel.

È un racconto appassionato in cui Vargas Llosa ripercorre le origini del suo amore per la letteratura, la sua formazione come scrittore e arriva a delineare, di riflessione in riflessione, l’importanza che scrittura e lettura hanno avuto e sempre avranno nella vita e nella crescita dell’uomo e di ogni sua forma di civiltà e progresso, poiché “la vita così com’è non è sufficiente a soddisfare la nostra sete di assoluto, fondamento della condizione umana“.

Buona lettura!

 

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ELOGIO DELLA LETTURA E DELLA FINZIONE

Lezione di Mario Vargas Llosa
alla consegna del Nobel, dicembre 2010

Ho imparato a leggere a cinque anni, nella classe di fratel Justiniano, nel Colegio de la Salle, a Cochabamba, in Bolivia. È la cosa più importante che mi sia successa nella vita.

Quasi settant’anni dopo ricordo in modo limpido come quella magia, tradurre le parole dei libri in immagini, abbia arricchito la mia esistenza, abbattendo le barriere del tempo e dello spazio e permettendomi di viaggiare con il capitano Nemo a ventimila leghe sotto i mari, combattere fianco a fianco con d’Artagnan, Athos, Porthos e Aramis contro i complotti che minacciavano la regina ai tempi del subdolo Richelieu, o spingermi nel ventre di Parigi, novello Jean Valjean, con il corpo inerte di Marius sulle spalle.

La lettura trasformava il sogno in vita e la vita in sogno e poneva alla portata del piccolo uomo che ero l’universo della letteratura. Mia madre mi raccontò che le prime cose che io scrissi furono continuazioni delle storie che leggevo, perché mi dispiaceva che finissero, oppure volevo cambiare il finale. E forse è ciò che ho fatto per tutta la vita senza saperlo: prolungare nel tempo, mentre crescevo, maturavo e invecchiavo, le storie che riempirono la mia infanzia di passione e di avventure.

Mi piacerebbe che mia madre fosse ancora qui, lei che era solita emozionarsi e piangere leggendo le poesie di Amado Nervo e di Pablo Neruda, e pure il nonno Pedro, dal grande naso e la lucida pelata, che lodava i miei versi, e lo zio Lucho, che mi ha fortemente spinto a dedicarmi anima e corpo a scrivere anche se la letteratura, a quel tempo e in quel luogo, dava ben poco ai suoi cultori. Per tutta la vita ho avuto al mio fianco persone simili, che mi hanno voluto bene, che mi hanno spronato e che mi hanno trasmesso la loro fiducia quando io dubitavo. Grazie a loro e, senza dubbio, anche alla mia testardaggine e a un poco di fortuna, sono riuscito a dedicare buona parte del mio tempo a questa passione, vizio e meraviglia che è lo scrivere, creare una vita parallela ove rifugiarsi dalle avversità, che fa diventare normale ciò che è straordinario e straordinario ciò che è normale, che dissipa il caos, imbellisce ciò che è brutto, conferisce l’eternità a un istante e trasforma la morte in uno spettacolo passeggero.

Non era facile scrivere delle storie. Trasformandosi in parole, i progetti appassivano sulla carta e le idee e le immagini venivano meno. Come rianimarle? Fortunatamente c’erano i maestri, per imparare da loro e per seguire il loro esempio. Flaubert mi ha insegnato che il talento significa disciplina tenace e grande pazienza. Faulkner che è la forma – la scrittura e la struttura – ciò che esalta o impoverisce le trame. Martorell, Cervantes, Dickens, Balzac, Tolstoj, Conrad, Thomas Mann che il ritmo e l’ambizione sono importanti in un romanzo quanto l’abilità stilistica e la strategia narrativa. Sartre che le parole sono azioni e che un romanzo, un’opera teatrale, un saggio, legati all’attualità e ai più alti obiettivi, possono cambiare la storia. Camus e Orwell che una letteratura priva di morale è inumana, e Malraux che l’eroismo e l’epica sono presenti nell’attualità così come al tempo degli argonauti, dell’Odissea o dell’Iliade. Continue reading “23 aprile: Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore.”

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25 aprile: Festa della Liberazione.

In occasione della celebrazione della FESTA DELLA LIBERAZIONE, quest’anno proponiamo la lettura di un libro considerato una tra le migliori testimonianze della nostra letteratura sulla Resistenza:

L’AGNESE VA A MORIRE

di Renata Viganò

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“La forza della resistenza era questa: essere dappertutto, camminare in mezzo ai nemici, nascondersi nelle figure più scialbe e pacifiche. Un fuoco senza fiamma né fumo: un fuoco senza segno. I tedeschi e i fascisti ci mettevano i piedi sopra, se ne accorgevano quando si bruciavano.”

∼∞∼

L’intensa e toccante ricostruzione della Resistenza nelle pagine di “L’Agnese va a morire”, di Renata Viganò

Il romanzo (Premio Viareggio 1949) nasce dalla diretta esperienza dell’autrice vissuta tra i partigiani delle valli di Comacchio. Renata Viganò prese parte attiva alla Resistenza a fianco del marito.

La conoscenza dell’autrice con la donna che diventerà l’Agnese nel romanzo, così è descritta in appendice:

La prima volta che vidi l’Agnese, o quella che nel mio libro porta il nome di Agnese, vivevo davvero in un brutto momento. Ero in un paese della Bassa, sola col mio bambino. Mio marito l’avevano preso le SS a Belluno, non ne sapevo più niente, ogni ora che passava lo vedevo torturato e fucilato, un corpo anonimo che non avrei trovato mai più, neppure per seppellirlo. […]
[…] L’Agnese mi porse un pezzo di carta e quella era una prova. Un pezzo qualsiasi di carta stracciato a metà non ha significato, se non per chi ha in mano l’altra metà. «Mi manda Lino, disse l’Agnese. Dice che stia tranquilla. Se succede una disgrazia a suo marito, ci sono sempre i compagni».
Ecco, allora si ragionava così. Se uno spariva, si stringevano le file, il vuoto era subito cancellato. Il dispiacere bisognava farlo diventar piccolo, che stesse nello spazio del cuore. Di fuori non c’era posto, perché dei dispiaceri ne avevamo tutti. Piuttosto lavorare più forte; almeno quella sparizione di uno servisse a qualche cosa per gli altri, non portasse agli altri un danno troppo grande. Io dissi: «Va bene. Che cosa devo fare? »” [….]

La vicenda, è ambientata tra la provincia di Ravenna e quella di Ferrara, nel periodo che va da Settembre 1943 alla primavera del 1945, contrassegnato dai precipitosi eventi che seguirono all’ 8 Settembre, quando il maresciallo Badoglio lesse alla radio il proclama che annunciava al paese l’armistizio tra l’Italia e gli alleati anglo-americani: il re, il governo e il comando supremo, da Roma fuggirono frettolosamente verso Brindisi; a Salò si formò la Repubblica Sociale Italiana sostenuta dai Nazisti; gli Anglo-Americani avanzavano per raggiungere il Nord- Italia; il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) si assunse il compito di coprire il vuoto di potere e intensificò le forme di Resistenza armata e civile contro i Nazisti e i Fascisti, fino alla fine della guerra.

In un contesto di guerra civile, la popolazione, stretta in una morsa infernale era devastata da distruzione e morte e tanti confluirono nelle formazioni partigiane.
Di quei tanti, alcuni erano dichiaratamente antifascisti, fortemente politicizzati, altri che si aggregavano alle brigate partigiane erano umili, semplici, generosi come Agnese che, in seguito all’arresto e alla successiva morte del marito, costretta a fuggire dalla sua casa, quasi per caso, si ritrovò tra le fila dei partigiani che operavano nelle valli di Comacchio.
Con umiltà (“Se sarò buona…” ) cominciò a eseguire gli ordini del comandante, si spostava con cautela in modo da non destare sospetti, fino a quando non incontrò Kurt, il tedesco che credeva di avere ucciso….

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Ed è subito festa…

FESTA per il 3° ANNIVERSARIO 
del
GRUPPO DI LETTURA di DALMINE

GIOVEDI’ 26 APRILE 2018
ore 20.30

(Sala comunale Ex Lavatoio – Dalmine, Sforzatica S. Andrea)

“I libri sono ponti ostinati: uniscono, creano legami.”
(Giuseppe Avigliano, ex libraio)

… questi legami vogliamo celebrare: quelli che ci uniscono e ci riuniscono ogni volta intorno a un libro scelto insieme, quelli che verranno e che arricchiranno ancora di più l’esperienza del gruppo, quelli che si creano con le storie e con gli autori.

Abbiamo pensato di dedicare idealmente la serata al Boccaccio che, nel suo Decameron, immagina un gruppo di persone riunite a raccontare e a ascoltare novelle: ci è piaciuta l’idea di essere anche noi portatori di quello spirito che spinge le persone a condividere tempo e spazio riempiendoli di racconti e storie.

L’invito è esteso a TUTTI, iscritti e non iscritti al gruppo, per brindare insieme al nostro terzo compleanno.

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Le notti bianche, di Fedor Dostoevskij

Per l’incontro del prossimo 3 maggio 2018, il gruppo di lettura sta leggendo:

LE NOTTI BIANCHE

di Fedor Dostoevskij

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«Io non posso non venire qui domani. Sono un sognatore; ho una vita reale talmente limitata che mi capitano momenti come questo, come adesso, tanto di rado che non posso non ripercorrere questi momenti nei miei sogni. Sognerò di voi l’intera notte, l’intera settimana, tutto l’anno. Verrò immancabilmente qui domani, proprio qui, in questo stesso punto, proprio a quest’ora, e sarò felice ricordando il giorno passato».

Quattro notti e un mattino per raccontare una storia che si muove al buio e nella penombra della coscienza. Un giovane sognatore, abituato a nutrirsi di sentimenti e impressioni, incontra nella notte una ragazza piangente e sola che sarà per lui l’appiglio verso il concreto mondo diurno. La città di San Pietroburgo saprà cullare nel suo bianco silenzio questa storia a due voci, fatta di confidenze notturne, attese e speranze e il mattino, al risveglio, rimarrà quello strano sapore in bocca, quella domanda di realtà inevasa: nelle notti bianche, negli improbabili intrecci e nei sussurri furtivi di due ipotetici amanti, qual è il vero confine del sogno?
da Feltrinelli.it

Dio mio! Un minuto intero di beatitudine!
È forse poco per colmare tutta la vita di un uomo?

 

FEDOR DOSTOEVSKIJ

 

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“Ama la vita più della sua logica, solo allora ne capirai il senso.”

da “Enciclopedia della Letteratura”- Garzanti 2007:

Figlio di un medico, un aristocratico decaduto stravagante e dispotico, crebbe in un ambiente devoto e autoritario. Nel 1837 gli morì la madre, da tempo malata, e D. venne iscritto alla scuola del genio militare di Pietroburgo, istituto che frequentò controvoglia, essendo i suoi interessi già risolutamente indirizzati verso la letteratura (risalgono a quegli anni le sue prime letture importanti: Schiller, Balzac, Hugo, Hoffmann). Diplomatosi nel 1843, rinunciò alla carriera che il titolo gli apriva e, lottando con l’indigenza e con i disagi di una salute cagionevole, cominciò a scrivere: il suo primo libro, il romanzo Povera gente (1846), che ebbe gli elogi di critici come Belinskij e Nekrasov, rivela già l’attenzione pietosa di D. per la sofferenza dell’uomo socialmente degradato e insieme incompreso nella sua bontà. Nello stesso anno uscì il suo secondo romanzo, Il sosia, storia di uno sdoppiamento psichico per il quale il protagonista viene progressivamente travolto nell’incubo di un altro se stesso. Due anni dopo venne dato alle stampe Le notti bianche (1848), racconto insieme sentimentale e allucinato il cui personaggio principale è un giovane sognatore che si innamora di una fanciulla incontrata per caso. Nel 1849, per aver aderito a un circolo di intellettuali socialisti, D. venne condannato a morte con gli altri membri del gruppo; ma il giorno stesso dell’esecuzione giunse la «grazia» dello zar (si trattava infatti di un’atroce messinscena punitiva) e la condanna fu commutata in quattro anni di lavori forzati in Siberia. Quello che seguì fu per D. un periodo durissimo (cominciò tra l’altro a manifestarsi in lui l’epilessia) e lo scrittore lo rievocò con estrema intensità in un libro pubblicato qualche tempo dopo: Memorie da una casa di morti (1861-62). Altri quattro anni D. dovette trascorrere, arruolato come soldato semplice, a Semipalatinsk, prima di poter tornare (1858) a Pietroburgo. Nel 1857 si era sposato con una giovane donna, vedova con un figlio; nel 1859 videro la luce due altri suoi romanzi, Il villaggio di Stepancikovo e Il sogno dello zio, opere in cui si intrecciano umorismo grottesco e critica di costume. Nel 1861 D. cominciò la propria attività giornalistica (collaborando anzitutto alla rivista del fratello Michail «Il Tempo», presto soppressa dalle autorità) e nel 1862 pubblicò il romanzo Umiliati e offesi, sofferta indagine sulle virtualità dell’anima umana, così spesso soffocate o tradite. Nel 1864 gli morirono moglie e figlio. Nello stesso anno, sommerso dai debiti, fondò il periodico «Epoca», che ebbe però vita sfortunata e breve; nel 1865 diede alle stampe Memorie dal sottosuolo*, storia della fallita redenzione di una prostituta e tormentosa disamina dell’inconscio e dell’insufficienza dell’intelletto a penetrare (e giustificare) se stessi e il prossimo. Nel 1866 apparve Delitto e castigo, che si chiude col pentimento e l’espiazione del protagonista, accortosi della disumanità della propria astratta morale di «individuo superiore». Nel 1867 D. sposò la propria stenografa, Anna Snitkina e pubblicò Il giocatore, un romanzo parzialmente autobiografico il cui «eroe» è un uomo travolto dalla passione della roulette; poi, perseguitato dai creditori, lasciò con la moglie la Russia, viaggiando in Germania, Francia, Svizzera, Italia. Visse all’estero circa cinque anni e in quel periodo scrisse L’idiota (pubblicato nel 1868-69), storia della sconfitta di un uomo «assolutamente buono». Tornato in Russia, pubblicò nel 1873 I demoni, un romanzo centrato sulla problematica del nichilismo, dell’atto gratuito e dell’assenza di Dio. Nello stesso 1873 D. iniziò, sul periodico reazionario «Il Cittadino», la pubblicazione del Diario di uno scrittore, che poi, a partire dal 1876 e fino al 1881, apparve come rivista a sé stante. Questo Diario includeva oltre che articoli di critica letteraria, di morale, di polemica sociale ecc., anche dei racconti, tra i quali meritano particolare menzione Il fanciullo presso Gesù (1876) e La mite (1877). Nel 1875 apparve L’adolescente, ritratto di un giovane che vince la propria solitudine e il proprio astio nei confronti del prossimo abbracciando gli ideali di un mistico populismo cristiano. Nel 1879-80 vide la luce l’ultimo romanzo di D., I fratelli Karamazov, in cui si contrappongono l’odio tra padre e figli e la purezza e la fede di una creatura innocente. Lo scrittore era ormai famoso quando, repentinamente, fu colto dalla morte.

21 marzo, Giornata mondiale della Poesia.

In occasione della Giornata mondiale della Poesia 2018, proponiamo la lettura di “Amore lontano”, di Sebastiano Vassalli, un omaggio alla poesia attraverso la vita e le parole di alcuni poeti tra quelli da lui più amati: Omero, Qohélet, Virgilio, Jaufré Rudel, François Villon, Giacomo Leopardi e Arthur Rimbaud.

Come gruppo di lettura desideriamo condividere l’emozionante viaggio di Vassalli tra gli autori che tuttora incarnano il “miracolo della poesia”, proponendo alcuni passaggi tratti da “Amore lontano”, alcuni brani significativi scelti dalle loro opere e interessanti contributi di artisti che ai loro versi si sono ispirati.

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Giornata mondiale della Poesia 2018

 

 

“Ogni volta che il miracolo della poesia torna a ripetersi, sembra che quella volta debba essere l’ultima. L’esistenza dei poeti è sempre più precaria, il mondo intorno a loro è sempre più complicato e distratto, la società delle persone colte è sempre più dominata dagli intellettuali alla moda (come Tommaseo), ed è sempre più ostile nei confronti di chi (come Leopardi) non si riconosce nei suoi slogan e nelle sue effimere verità. Ma il miracolo accade, di tanto in tanto, e continuerà ad accadere finché esisterà un filo di parole che unisce gli uomini con qualcosa al di fuori del loro mondo. Con un’entità, a cui noi non sappiamo dare altro nome che quello di Dio: e chissà poi cos’è davvero!

Ho detto che la poesia è un miracolo. Cercherò di spiegarmi.

Un miracolo, secondo i dizionari, è qualcosa che avviene nonostante le leggi che governano la natura, per opera di forze soprannaturali. Non tutte le religioni che ci sono oggi nel mondo ammettono i miracoli; ma, anche là dove gli eventi prodigiosi vengono riconosciuti come possibili, la loro memoria è breve e la loro funzione è modesta. Chi si ricorda più, oggi, degli Dei etruschi? Eppure i loro templi erano pieni di «ex voto» in terracotta che rappresentavano parti del corpo umano: gambe, braccia, fegati, milze eccetera, guarite in seguito ad altrettanti interventi soprannaturali della divinità.

Chi si ricorda più delle piogge di pietre, e delle piogge di sangue, di cui parlano, senza manifestare il minimo dubbio, gli storici dell’antica Roma?

Chi si ricorda dei roseti fioriti in pieno inverno, dei leoni addomesticati e degli altri innumerevoli prodigi compiuti dai Santi cristiani? Nel buio della memoria

     Tutto è pace e silenzio, e tutto posa Il mondo,
     e più di lor non si ragiona.

L’unico miracolo che si compie dai tempi di Omero e da prima ancora, e che non può essere dimenticato o messo in dubbio perché chiunque può farlo rivivere con la lettura, è quello delle parole che trattengono la vita. È la poesia.

La poesia è vita che rimane impigliata in una trama di parole. Vita che vive al di fuori di un corpo, e quindi anche al di fuori del tempo. Vita che si paga con la vita: le storie che ho raccontato in questo libro stanno a dimostrarlo.

La poesia è ciò che sopravvive, nel presente, della parola di cui parlano i testi antichi, che «viene prima di tutto e che dà vita a tutto». È l’unico miracolo possibile e reale, in un mondo dominato dal frastuono e dall’insensatezza. È la voce di Dio.

Io dico: «Quando vedo l’allodola battere / di gioia le ali contro il sole» (Bernart de Ventadorn). E in qualunque epoca io viva e in qualunque stagione, intorno a me si accende la primavera: con gli uccelli che ritornano dai paesi lontani e con la sua luce inconfondibile, che è la luce della Provenza nella poesia dei trovatori.

Io dico: «Il tacito, infinito andar del tempo» (Leopardi). E, dovunque io mi trovi, vedo l’universo con le sue galassie, e percepisco il silenzio degli spazi infiniti come una sensazione fisica. Mi sembra che tutto scivoli via, e di scivolare via insieme al tutto…”

(Da “Amore Lontano” di Sebastiano Vassalli)

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Orfeo e Euridice: dall’antichità a “Lei dunque capirà” di Claudio Magris.

Il mito di Orfeo ed Euridice nella letteratura classica e moderna


“Insomma ci vuole un mito. Ci vogliono miti,

universali fantastici, per esprimere a fondo e
indimenticabilmente quest’esperienza che è
il mio posto nel mondo”. 
(Lettera di Cesare Pavese a Fernanda Pivano giugno 1942)

“La mitologia ti aiuta a identificare i misteri delle energie che scorrono dentro di te”
(Joseph Campbell)

OeE tiziano.jpgTIZIANO, Orfeo ed Euridice, 1511 (Bergamo, Accademia Carrara)

Considerato il primo cantore, iniziatore della poesia, fondatore dei misteri orfici, così ci raccontano i miti, Orfeo, nella letteratura classica, ha rappresentato soprattutto il simbolo della forza indistruttibile dell’arte.
Con la lira, ricevuta in dono da Apollo, ha accompagnato i suoi canti, incantando uomini ed esseri della natura, al punto da commuovere perfino le divinità dell’Ade.
Questa interpretazione ha accomunato le rielaborazioni di Apollonio Rodio, di Virgilio, di Ovidio, il cui intento comune era la celebrazione della potenza incantatrice della poesia, la sua eternità di fronte alla morte.
Nella letteratura moderna, il mito, ha continuato a sedurre irresistibilmente numerosi artisti che lo hanno tramandato, adattandolo alla sensibilità moderna.

Di seguito alcune varianti letterarie, tratte da opere classiche e moderne, che proponiamo non tanto per analizzare temi e significati o avanzare possibili interpretazioni che ciascuno può tentare autonomamente, quanto per ricordare le numerose e suggestive rielaborazioni, godibili anche esteticamente, che tanti artisti hanno prodotto, attorno al mito.

Nella letteratura classica l’ossatura archetipica del mito è stata lasciata intatta; in quella moderna l’elaborazione è stata spinta a soluzioni talvolta drammatiche.

Nell’Alcesti di Euripide, (480 a.C. – 406 a.C.), Orfeo è ricordato da Admeto che vorrebbe riportare in vita la moglie Alcesti, l’unica che ha accettato di sacrificare la vita per lui.
Gli dei hanno concesso ad Admeto, destinato a morire, di poter salvare la propria vita se qualcuno è disposto a morire al suo posto. Egli ha poche ore e nella sua affannosa ricerca, raggiunge anche i campi di battaglia ma neanche i combattenti moribondi sono disposti a dire: “Io muoio per Admeto”. Scoraggiato da tanta indifferenza, inclusa quella del padre e della madre, si prepara ad accettare il suo destino, ma la moglie Alcesti decide di compiere, per lui, il sacrificio.
Dopo la sua morte, la vita gli diventa intollerabile e gli torna in mente l’impresa di Orfeo:

“Se le parole e il canto
possedessi d’Orfeo, sí che, molcendo
di Demètra la figlia e il suo signore,
te dall’Averno rïaddur potessi,
vi scenderei; né di Plutone il cane
mi tratterrebbe, né Caronte, d’anime
conduttor, pria che a luce io ti rendessi.
Ora attendimi là, quando io sia morto,
e prepara la casa ove dimora
avrai con me. Ché porre io mi farò
in questa istessa arca di cedro, il fianco
vicino al fianco tuo; né, morto, mai
sarò da te disgiunto, o sola fida!”
(Alcesti di Euripide)

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L’Euridice di Carol Ann Duffy.

Proposta da Grazia Calsana

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L’Euridice di Carol Ann Duffy, poetessa scozzese contemporanea, autrice della dissacrante raccolta di poesie La Moglie del Mondo, lavora di astuzia per non essere riportata nel mondo dei vivi contro la sua volontà.
Di questa intrigante e divertente poesia della Duffy notiamo il tono colloquiale, il senso di complicità con le altre donne (“Girls” ripetuto più volte), l’ironia con cui Euridice si confronta con il celebre poeta che tutti esaltano, ma che lei non può più sopportare, il gusto con cui si intrattiene a descrivere l’arrivo di Orfeo nell’Oltretomba che bussa con nonchalance alla porta della Morte! (“toc-toc”), l’irriverenza nei confronti dell’aureola che per secoli ha circondato la figura del grande vate capace di affascinare tutti e tre i regni della natura ”Balle. (Non lo saprò io, / che ho battuto a macchina tutto quanto)”, l’insofferenza nei confronti della mania del marito di chiamarla con i nomi più scontati della tradizione poetica e della sua volontà di fare di lei la sua musa. A tutto questo Euridice oppone un “preferirei parlare per me stessa”. La mescolanza di particolari del mondo moderno con le ricorrenze del mito crea un effetto comico rafforzato dall’uso sapiente della rima finale e interna. Alla luce della modernità e soprattutto da un punto di vista rovesciato, com’è quello di una donna, anche figure tradizionali del mito acquistano una rilevanza caricaturale: “Sisifo si sedette sulla pietra per la prima volta in tanti anni. A Tantalo fu concesso di farsi un paio di birre”. L’apparato poetico del bardo tradizionale viene qui deriso apertamente (“dovevo… restare prigioniera delle sue immagini, metafore, similitudini,/ ottave…”) e quella che alla fine avrà “l’ispirazione” sarà propria la pallida ombra che preferisce restare in un luogo dove può essere se stessa. Tutto il poemetto è ricco di spunti ironici che sono messi in risalto dalla rima e dal contrasto tra le parole del mito e quelle della quotidianità.
(ANNA MARIA ROBUSTELLI, Che farò senza Euridice?)

Ragazze, ero morta e sepolta
nell’oltretomba, uno spettro,
un’ombra di quel che ero stata, fuori dal tempo.
In quel luogo il linguaggio si fermava,
un punto nero, un buco nero
dove le parole erano destinate a finire.
Altroché se finivano,
le ultime parole,
famose o meno.
Ci stavo bene sottoterra.
Dunque immaginatemi laggiù,
inavvicianabile,
fuori dal mondo,
poi figuratevi la mia faccia in quel luogo
di Eterno Riposo,
nell’unico posto, direste, dove una ragazza sarebbe al sicuro
da quel tipo d’uomo
che ti segue dappertutto
scrivendo poesie,
gironzolando impaziente
mentre gliele leggi,
che ti chiama la sua Musa,
e una volta ti ha tenuto il muso per un giorno intero
perché gli hai fatto notare il suo debole per i nomi astratti.
Provate a immaginarvi la mia faccia
quando sentii,
dei del cielo!
un toc-toc familiare alla porta della Morte.
Lui.
Il grosso O.
Più grande del normale.
Con la sua lira
e i suoi versi da intonare, e io ero il premio.
Un tempo le cose erano diverse.
Per gli uomini, in fatto di poesia,
Grosso O era il migliore. Leggendario.
I risvolti di copertina dei suoi libri sostenevano
che gli animali,
dall’armadillo alla zebra,
s’accalcavano al suo fianco quando cantava,
i pesci guizzavano fuori dal banco
al suono della sua voce,
persino le mute, aride pietre ai suoi piedi
piangevano minuscole lacrime d’argento.
Balle. (Non lo saprò io,
che ho battuto a macchina tutto quanto),
E se mi venisse restituito il tempo,
state tranquille che preferirei parlare per me stessa
piuttosto che essere Cara, Tesoro, Dama Bruna, Dea Bianca, ecc.
In realtà, ragazze, preferisco essere morta.
Ma gli dei sono come gli editori,
maschi, di solito,
e quello che certamente sapete della mia storia
è il patto.
Orfeo avanzava tronfio declamando la sua roba.
Gli spettri esangui si sciolsero in lacrime.
Sisifo si sedette sulla pietra per la prima volta in tanti anni.
A Tantalo fu concesso di farsi un paio di birre.
La sottoscritta non credeva ai suoi orecchi
Volente o nolente,
lo dovevo seguire alla vita precedente-
Euridice, moglie di Orfeo –
e restare prigioniera delle sue immagini, metafore, similitudini,
ottave e sestine, quartine e distici,
elegie, limerick, villanelle,
storie, miti …
Gli avevano detto che non doveva guardare indietro
né voltarsi,
ma camminare deciso verso l’alto,
con me alle sue calcagna,
fuori dall’Oltretomba
in quell’aria lassù che per me era il passato.
Lo avevano avvertito
uno sguardo e mi avrebbe perduta
per l’eternità.
Così camminammo, camminammo.
Non parlammo.
Ragazze, dimenticate quello che avete letto.
È andata così:
feci tutto quanto in mio potere
per farlo voltare.
Cosa dovevo fare, mi dicevo,
per fargli capire che tra noi era finita?
Ero morta. Deceduta.
Riposavo in pace. Defunta. Buonanima.
Da lungo tempo scaduta…
Allungai la mano
per toccarlo una volta
sul retro del collo.
Ti prego, fammi restare.
Ma la luce era già incupita dal porpora al grigio.
Quanta fatica quella salita
dalla morte alla vita
e ad ogni passo
cercavo di farlo voltare.
Pensai di fregargli la poesia
da sotto il mantello,
quando infine mi venne l’ispirazione.
Mi fermai, in fibrillazione.
Era un metro davanti a me.
La mia voce tremava quando parlai –
Orfeo, la tua poesia è un capolavoro.
Fammela sentire ancora…
Sorrideva con modestia
quando si voltò,
quando si voltò e mi guardò.
Che altro?
Notai che non si era fatto la barba.
Gli feci ciao con la mano e me ne andai.
Quanto talento hanno i morti.
I vivi camminano ai bordi di un vasto lago
vicino al silenzio saggio, sommerso, dei morti.
(da “La moglie del mondo” di Carol Ann Duffy)

Amore lontano, di Sebastiano Vassalli

Per l’incontro del prossimo 5 aprile 2018, il gruppo di lettura sta leggendo:

AMORE LONTANO

di Sebastiano Vassalli

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“L’unico miracolo che si compie dai tempi di Omero e da prima ancora, e che non può essere dimenticato o messo in dubbio perché chiunque può farlo rivivere con la lettura, è quello delle parole che trattengono la vita. E’ la poesia.

La poesia è vita che rimane impigliata in una trama di parole. Vita che vive al di fuori di un corpo, e quindi anche al di fuori del tempo. Vita che si paga con la vita: le storie che ho raccontato in questo libro stanno a dimostrarlo.”

(S. Vassalli, Amore lontano)

Così scrive Vassalli in questo libro, nel quale racconta la vita di sette poeti: Omero, Qohélet, Virgilio, Jaufré Rudel, François Villon, Giacomo Leopardi, Arthur Rimbaud. Vite toccate dal mistero e dalla forza della poesia, che, per un laico come Vassalli, è ciò che più si avvicina alla parola Dio.

SEBASTIANO VASSALLI

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Nato a Genova, sin dalla prima infanzia vive in provincia di Novara.
Dagli anni sessanta si è dedicato all’insegnamento e alla ricerca artistica della Neoavanguardia, partecipando anche al Gruppo 63.
Solo in seguito si è dedicato anche alla scrittura, incontrando successo soprattutto grazie al suo romanzo storico La chimera, ambientato a Novara negli anni a cavallo fra il sedicesimo e il diciassettesimo secolo.
Morì nel luglio 2015, pochi mesi dopo aver ricevuto la candidatura al premio Nobel per la letteratura di quell’anno.
Fra i molti suoi titoli ricordiamo – oltre alla già citata Chimera – La notte della cometaSangue e suoloL’oro del mondoMarco e MattioIl Cigno, 3012Cuore di pietra, Le due chiese, Un infinito numeroArcheologia del presente, Amore lontano, La notte del lupo.

8 marzo, giornata internazionale della Donna.

Giornata Internazionale della Donna 2018

LE 21 DONNE ALLA COSTITUENTE

Il primo gennaio 1948 è entrata in vigore la Costituzione italiana, frutto di 18 mesi di lavoro dell’Assemblea Costituente
Tra i protagonisti di quella stagione straordinaria anche 21 donne, la cui elezione è stata resa possibile dalla concessione del diritto di voto alle donne, che lo esercitarono, per la prima volta nella storia d’Italia, il 2 giugno 1946.

costituzione

Le 21 donne alla Costituente

Grazie al lavoro svolto dalle generazioni femminili precedenti, oggi possiamo godere di libertà e diritti che fino a 70 anni fa, non esistevano.

Il primo gennaio 1948 è entrata in vigore la Costituzione italiana, frutto di 18 mesi di lavoro dell’Assemblea Costituente, eletta dopo la seconda guerra mondiale. Essa venne firmata il 27 dicembre del 1947dall’allora Capo Provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola.

Tra i protagonisti di quella stagione straordinaria i leader dei partiti antifascisti, da Alcide De Gasperi a Palmiro Togliatti, da Giuseppe Saragat a Bernardo Mattarella, da Concetto Marchesi a Piero Calamandrei e anche 21 donne, la cui elezione è stata resa possibile dalla concessione del diritto di voto alle donne, che lo esercitarono, per la prima volta nella storia d’Italia, il 2 giugno 1946.

Su 556 Costituenti, le donne elette furono:

donne e costituzione
Maria Agamben Federici, Adele Bei, Bianca Bianchi, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter Jervolino, Nadia Gallico Spano, Angela Gotelli, Angela Maria Guidi, Nilde Iotti, Teresa Mattei, Angelina Livia Merlin, Angiola Minella, Rita Montagnana, Maria Nicotra Fiorini, Teresa Noce, Ottavia Penna, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, Vittoria Titomanlio.

Le 21 elette all’Assemblea Costituente si fecero portavoce sia delle esigenze dei partiti di riferimento che rappresentavano, sia di quelle del mondo femminile italiano, chiedendo uguaglianza tra i sessi, tutele lavorative, sostegno familiare, garanzie per la maternità, fino a sollevare un’ importante riflessione sulla necessità di attuare concretamente un sistema di pari opportunità formative e professionali.

Dagli interventi delle deputate emerge la loro idea ‘nuova’ di parità sostenuta sempre nel rispetto e nella valorizzazione delle reciproche differenze come evidenzia Teresa Mattei:

“Noi non vogliamo che le nostre donne si mascolinizzino […] che aspirino ad una assurda identità con l’uomo […]. Non vi può essere oggi infatti, a nostro avviso, un solo passo sulla via della democrazia, che non voglia essere solo formale ma sostanziale […] che non possa e non debba essere compiuto dalla donna insieme all’uomo”.

“La Costituzione, […] rappresenta un capovolgimento di prospettiva rispetto ad un sistema dove la posizione giuridica della donna è di assoluta inferiorità nella vita privata e in quella pubblica.”
(Maria Teresa Antonia Morelli)

A sancire la parità e l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge è l’Articolo 3:

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