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Gruppo di Lettura Dalmine

Approfondimento: I racconti di Pietroburgo, di Nikolaj Gogol

Nikolaj Gogol
e I racconti di Pietroburgo

 

Nikolaj Vasil’evic Gogol  occupa un posto meritevole nella storia della letteratura russa per avere dato il via a una narrativa ispirata all’osservazione dell’esistenza quotidiana ed ordinaria di gente appartenente a diverse categorie sociali: piccoli borghesi, burocrati, “piccola gente” modesta. Si può considerare un efficace precursore della letteratura degli umili che si svilupperà nella seconda metà del secolo e influenzerà i grandi autori russi, si pensi a Dostoevskij e ai suoi primi romanzi “Povera gente”, “Umiliati e offesi”.

Elementi realistici e fantastici coesistono nei suoi racconti secondo la tendenza che fra ottocento e novecento si affermava nella produzione di tanti scrittori: si pensi a Hoffmann, Andersen, Balzac, Poe, Hawthorne, Stevenson, James, Carroll, Kafka, Borges.
“Pensate che non c’è stato un grande scrittore russo che non abbia elevato a oggetto di culto un suo racconto. Il sommo poeta Puskin stravedeva proprio per “Il Naso”, Anton Cechov per “La Carrozza”, Dostoevskij aveva scelto per sé quello intitolato “Il Cappotto”, dichiarando che tutti gli autori russi, lui compreso, erano “nati tra le falde di quel cappotto”. Così Andrea Camilleri celebra il grande autore.

I racconti di Pietroburgo inagurano il ciclo pietroburghese della letteratura russa. Gogol’ arriva nella città nel 1828. Essa diventerà presenza viva in tanti suoi racconti, personaggio principale, di cui l’autore impara a conoscere l’aspetto esteriore e interiore, ne coglie l’anima, la bellezza e le ambiguità e restituisce al lettore i molteplici aspetti di città dei ricchi e dei poveri, di città che accoglie con le sue attrattive (le luci brillanti, i negozi eleganti) e di città che respinge e condanna a un destino infelice i più deboli.
Pietroburgo, misteriosa e mutevole, è luogo di eventi sorprendenti, al limite della comprensione, “piena di tutte le diavolerie”, dove burocrati come Kovaliev , per cui il denaro e la posizione sociale sono l’essenza della vita, si mescolano alla “piccola gente”, devastata e umiliata, come Akakij Akakievic, il cui destino umano è descritto, in modo esemplare, nel “Cappotto”.
Pietroburgo è anche la città che priva l’uomo della sua anima, lo aliena, lo deforma moralmente, lo annienta. Così, l’artista Chartkov protagonista del racconto “Il ritratto” rinuncia al suo talento per amore del denaro, e l’altro artista Piskarev di “Prospettiva Nevsky”, scopre la corruzione dietro alla bellezza e non sopravvive al naufragio delle sue illusioni.

La prospettiva Nevskij

Il corso principale di Pietroburgo, la Prospettiva Nevskij è percepito da N.V. Gogol come il luogo che è “tutto per la città”, luogo di godimento, di svago, di socializzazione.

Nell’arco della giornata sfilano personaggi appartenenti a vari strati sociali: al primo mattino, i mendicanti in attesa degli avanzi; sul primo pomeriggio precettori e istitutrici con i loro pupilli e fanciulle, genitori con i loro impegni privati; più tardi è la volta dei “funzionari in verdi uniformi civili”; sul far della sera uomini in cerca di avventure:

“Non c’è niente di meglio della Prospettiva Nevskij, almeno a Pietroburgo, dove essa è tutto. Di che cosa non brilla questa strada, meraviglia della nostra capitale! So con certezza che non uno dei suoi pallidi e impiegatizi abitanti cambierebbe la Prospettiva Nevskij con tutti i beni della terra. Non solamente chi ha venticinque anni d’età, magnifici baffi e un soprabito dal taglio perfetto, ma anche chi si vede già spuntare sul mento i peli bianchi e ha la testa liscia come un piatto d’argento, va in estasi davanti alla Prospettiva Nevskij. E le signore! Oh, per le signore la Prospettiva Nevskij è qualcosa di ancora più piacevole. E per chi del resto non è piacevole? Non appena imbocchi la Prospettiva Nevskij, non senti altro che odore di passeggio. Anche se hai un affare importante e improrogabile da sbrigare, ecco che, dopo aver messo piede qui, te ne dimentichi subito. Questo è l’unico luogo dove la gente non si fa vedere perché spinta dal bisogno e dall’interesse che coinvolgono l’intera Pietroburgo.”

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6 giugno 2019: Festa del Gruppo di lettura Dalmine.

In occasione del 4° anniversario del Gruppo di lettura Dalmine, siamo felici di invitare tutti, ma proprio tutti, alla nostra festa che quest’anno sarà “ospitata” all’interno di “Biblioteca che passione!”, un’intera giornata di eventi e incontri che si terranno giovedì 6 giugno presso la biblioteca Rita Levi Montalcini di Dalmine.

Vi aspettiamo!  L’entrata è libera.

festa 2019

Gogol, Il triste boom delle anime morte.

(da: Corriere della Sera, Cultura)

Il triste boom delle anime morte

L’inquietante attualità di Gogol

Roma, nella sua storia, ha aperto le porte a grandi protagonisti di quella genialità creativa che, in positivo e in negativo, ci consente di specchiare la nostra vita di oggi. Mi capita di fissare spesso la casa dove soggiornò, per qualche anno, Nikolaj Gogol; dove il grande scrittore ucraino scrisse il suo capolavoro – Le anime morte appunto – in realtà lavorando parecchie ore al giorno al Caffè Greco, in via Condotti.

Non c’è opera che, più di questa, contenga la minaccia che incombe sulla nostra esistenza. Certo, altri titoli gogoliani potrebbero illuminarci. Ad esempio, Le memorie di un pazzo, trascrizione di una follia «burocratica» che ci rende ricattabili anche per pure fantasie. Il cappotto, storia di un povero impiegato che, goffa e banale vittima di una crisi economica che toglie lavoro ai più deboli, coltiva l’unico sogno di possedere un cappotto nuovo, ma viene stritolato dall’egoismo e dall’indifferenza altrui, da chi non sa che rinfacciargli: «Peggio per te se non ce la fai». Il naso: stiamo diventando come l’assessore collegiale Kovalev, perché a forza di non badare a ciò che siamo realmente, perdendoci nel delirio dell’ambizione fuori di noi, finiamo per nauseare e allontanare gli organi stessi che ci compongono. Ed ecco che persino il nostro naso ci vola via dal viso, e ce lo ritroviamo davanti, che ci respinge con alterigia.

Così ci vide, con profezia, Gogol. Ma sono Le anime morte che più ci rispecchiano, perché certi settori della società, in particolare la politica, tendono a comprarci per far numero, come ombre nominali. Con la tecnica capziosa del protagonista gogoliano Cicikov, che viaggiando attraverso la Russia si impadronisce dei nomi dei contadini morti, ma ancora ritenuti viventi fino al prossimo censimento, quindi validi giuridicamente, fino a morte accertata, per compiere, con calcolo truffaldino, operazioni politiche o commerciali.

Gogol concepì questa truffa, da attuare in un contesto sociale che più non bada a distinguere, a scopo di lucro, fra morti e vivi, facendo passare i primi per i secondi, mentre era fortemente innamorato di Roma. Si esaltava addirittura al Carnevale romano del 1838, dove tutto era consentito in allegria, per sentirsi vivi. Sentite cosa scriveva: «Puoi lanciare in faccia alla più bella un sacco intero di farina, e quella non solo non si arrabbia, neanche se è una Borghese, ma te la rende in uguale misura. In altri Paesi la plebe sola si diverte. Qui tutti stanno insieme. C’è una libertà straordinaria che li manda in visibilio».

Visibilio: parola naufragata come tante altre. Come certe contrapposizioni che scricchiolano. Ad esempio, fra Stato e Antistato. II primo, scompensato, ingenera sempre più nella collettività una scontentezza che preme per esplodere. Il secondo, criminale, è di una fattività mostruosa, anche nel fare traffico di «anime morte»: fra i giovani, soprattutto, iniettati di sostanze nullificanti la personalità, con una capziosa diffusione mai verificata finora. I Cicikov dell’Antistato stanno compromettendo, attraverso i giovani, il nostro futuro: le loro corruzioni si aggiungono, infatti, all’estrema debolezza con cui lo Stato trascina la soluzione dei problemi concreti delle nuove generazioni. Le «anime morte» aumentano. L’adrenalina nel Paese sta salendo verso un potenziale offensivo destinato, di questo passo, a esplodere.

Basta con la società del meschino, dove si trama per perfezionare una sopravvivenza dentro corruzioni talmente esercitate nel loro gioco bizantino da diventare automatiche come funzioni vitali: mangiare, bere, fare sesso. Esclusa, ovviamente, la funzione privilegiata: quella di sognare.

Alberto Bevilacqua
12 ottobre 2011

 

“Libri salvati”: in ricordo dei roghi nazisti del 10 maggio 1933

“Libri salvati“

una rassegna di letture pubbliche di libri proibiti

 

Quando il regime ordinò che in pubblico fossero arsi
i libri di contenuto malefico e per ogni dove
furono i buoi costretti a trascinare
ai roghi carri di libri, un poeta scoprì
– uno di quelli al bando, uno dei meglio – l’elenco
studiando degli inceneriti, sgomento, che i suoi
libri erano stati dimenticati. Corse
al suo scrittoio, alato d’ira, e scrisse ai potenti una lettera.
Bruciatemi!, scrisse di volo, bruciatemi!
Questo torto non fermatelo! Non lasciatemi fuori! Che forse
la verità non l’ho sempre, nei libri miei, dichiarata? E ora voi
mi trattate come fossi un mentitore! Vi comando:
bruciatemi!
(Bertold Brecht, Il rogo dei libri)

 

Il 10 maggio ricorre l’anniversario delle Bücherverbrennungen, i roghi di libri, avvenuti nel 1933 a Berlino e nelle principali città della Germania, durante i quali furono bruciati pubblicamente libri, quadri, articoli di filosofi e di scienziati, poesie.

Bruciarono i libri di Karl Marx, Friedrich Engels, Georg Lukács, Rosa Luxemburg, Lenin, Trockij , Albert Einstein, André Gide, Arthur Schnitzler, Bertolt Brecht, Charles Darwin, Émile Zola, Ernest Hemingway, Franz Kafka, H. G. Wells, Hermann Hesse, Jack London, James Joyce, John Dos Passos, Karl Kraus, Maksim Gor’kij, Marcel Proust, Robert Musil, Sigmund Freud, Walter Benjamin, Thomas Mann, Vladimir Majakovskij e tanti altri grandi della letteratura e della scienza.

Come gruppo di lettura, desideriamo contribuire all’iniziativa “Libri salvati, una rassegna di letture pubbliche dei libri proibiti“, organizzata dalla biblioteca civica R. L. Montalcini di Dalmine in ricordo del plateale gesto di censura nazista, proponendo  alcuni esempi di autori e di magnifiche parole che furono mandati al rogo (alcune citazioni, pur appartenendo ad autori mandati al rogo, sono state scritte dopo il 1933).

[…]
Non vi lasciate illudere
che è poco, la vita.
Bevetela a gran sorsi,
non vi sarà bastata
quando dovrete perderla.
[…]

(Contro la seduzione, di Bertold Brecht)

 

[…]
Ma d’ogni dubbio il più bello
È quando coloro che sono
senza fede,senza forza, levano il capo e
alla forza dei loro oppressori non credono più!
[…]

(Lode del dubbio, di Bertolt Brecht)

La guerra che verrà
non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima
c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente egualmente.

(La guerra che verrà, di Bertolt Brecht)

La lettura le aprì orizzonti romanzeschi che ancora ignorava; finora aveva amato soltanto con il sangue e con i nervi; cominciò ad amare con la testa.
(da Thérèse Raquin, di Emile Zola)

[…] più grande risultato dell’educazione è la tolleranza. Tanto tempo fa, gli uomini combattevano e morivano per le loro credenze, ma ci sono volute ere per insegnare loro un altro tipo di coraggio – il coraggio di riconoscere e rispettare le credenze e la coscienza dei loro fratelli. La tolleranza è il principio primo della comunità, è lo spirito che conserva il meglio del pensiero dell’uomo.
(Helen Keller)

Non dobbiamo dimenticare che non si fa la storia senza grandezza di spirito, senza una morale elevata, e senza gesti nobili.
(Rosa Luxemburg)

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Recensione: In viaggio con Erodoto, di Ryszard Kapuscinski

Un libro stimolante che ho letto in due giorni e che racconta il rapporto tra l’autore e un altro libro, rapporto che invece durò quasi una vita intera…

Kapuscinski, giovane giornalista polacco desideroso di varcare la frontiera, “una frontiera qualsiasi” pur di scoprire cosa si trova “oltre”, poco prima di partire per il suo primo viaggio all’estero, riceve in regalo Storie, libro di Erodoto scritto più di due secoli prima. Questo libro, inizialmente unica compagnia del giovane reporter che viaggia solo e senza conoscere nemmeno l’inglese (e ancora meno le lingue locali) diventerà con il tempo un compagno di viaggio fisso e prezioso ed Erodoto si rivelerà un maestro di vita e di reportage.

Maestro di vita e non solo di viaggi perché Erodoto viaggia per rispondere alla sua natura di uomo curioso e mai appagato dal presente, inquieto e sempre attratto dall’orizzonte che diventa simbolo di ciò che è oltre, nascosto allo sguardo e che può essere conosciuto solo se ci si mette in cammino. Un oltre che non è solo un luogo perché l’oltre è prima di tutto ciò che non è “io” e la prima frontiera da varcare è proprio questa, nell’incontro con “l’altro”.
Attraverso le differenze l’uomo si accorge di avere una propria identità e inizia a conoscere se stesso. La diversità che da una parte ci aiuta a definire chi siamo, a quale cultura apparteniamo, dall’altra, se non se ne comprende la natura rivelatrice, può essere percepita come la più grande minaccia all’identità stessa.

Da qui l’invito di Kapuscinski a intraprendere un viaggio, che non è solo fisico, verso tutto ciò che sta oltre un confine, un muro, un pregiudizio, un ‘non so’ . E da qui la scelta di parlare della sua passione per Erodoto, di rendere omaggio al primo reporter della storia della civiltà occidentale che seppe raccontare la diversità come ricchezza, come tratto comune di un’umanità divisa in mille tribù che comunque condividevano un’innegabile origine comune. Origine che si può riscoprire, o almeno tornare a percepirne l’esistenza, attraverso la memoria che si può attraversare (come si attraversa il mare o ripercorrere a ritroso come si risale un fiume) a bordo o a cavallo dei racconti e delle testimonianze custodite dalle persone che si incontrano se ci si mette in viaggio.

Con questo breve commento, non riesco a rendere l’abbondanza di riflessioni che questa lettura offre. Questa mia, alla fine, altro non è che una parziale riflessione sul tema tra i tanti che più mi ha coinvolta, l’incontro con l’altro, e un ringraziamento personale a un libro che mi ha sorpresa per la semplicità con cui l’autore riesce a veicolare messaggi forti e attuali come l’invito al confronto con la diversità, alla difesa di ogni forma di libertà e il monito a non soccombere alla mentalità del “muro”:

“Perché la Grande Muraglia, questo super-muro, questa super-fortezza distesa per migliaia di chilometri tra deserti e montagne inabitate, e che, oltre che fonte d’orgoglio, è anche una delle meraviglie del mondo, é anche il sintomo dell’aberrazione umana, di un terribile errore della storia, dell’incapacita” di questo popolo di mettersi d’accordo, convocare una tavola rotonda e decidere come sfruttare le risorse di energia e di intelligenza dell’uomo.
Vana speranza. Al profilarsi di un eventuale problema, i cinesi hanno sempre avuto la reazione opposta: quella di costruire un muro, di chiudersi, di isolarsi. Qualsiasi cosa venisse da fuori non poteva che essere una minaccia, un presagio di disgrazie, la promessa di un male, anzi il male in persona.
Ma il muro non ha solo uno scopo difensivo. Proteggendo dalle minacce esterne, permette anche di controllare ciò che accade all’interno. I muri hanno passaggi, porte, cancelli. Sorvegliare questi punti significa controllare chi entra e chi esce, informarsi, verificare che i permessi siano in regola, annotate nomi, osservare facce, imprimerle nella memoria. Il muro diventa cosi scudo e trappola, riparo e gabbia.
Il lato peggiore del muro é quello di sviluppare in alcune persone un atteggiamento da difensore del muro, di creare una mentalità per la quale il mondo é attraversato da un muro che lo divide in dentro e fuori: fuori ci sono i cattivi e gli inferiori, dentro i buoni e i superiori. Non é indispensabile che il difensore stia materialmente vicino al muro: può anche starne lontano, purché lo abbia sempre dentro di sé e rispetti le regole imposte dalla sua logica.”

A proposito di Frontiere da superare, la prima in assoluto siamo noi stessi…

Da Frontiera, di Erri De Luca

Accosto la fronte alla tua, si toccano,
dico: «È una frontiera».
Fronte a fronte: frontiera,
mio scherzo desolato, ci sorridi.
[…]

Approfondimento: In viaggio con Erodoto, di Ryszard Kapuściński

“Stiamo nelle tenebre, circonfusi di luce“

Kapuściński, reporter di fama mondiale ha lavorato per l’agenzia di stampa polacca come corrispondente straniero in India, in Asia, in Africa, in Sud America.

Il libro “In viaggio con Erodoto“  la cui stesura e pubblicazione risalgono al 2003, sì può definire una sorta di autobiografia, di memoriale dove si intrecciano alcune vicende di Kapuściński/reporter con eventi raccontati da Erodoto, da lui definito “il primo globalista della storia” perché capace di pensare su scala planetaria.

La prima conoscenza del più autorevole reporter dell’antichità, risale agli anni in cui Kapuściński, ha studiato storia greca all’Università di Varsavia ma la prima traduzione delle Storie, in Polonia, è circolata solamente dopo la morte di Stalin, dunque dopo il 1955.

Da quando per la prima volta Kapuściński, attraversò il confine della Polonia comunista per una trasferta in India (viaggio strettamente connesso alla politica estera della Polonia), Erodoto diventò un compagno di viaggio, un modello, una fonte di ispirazione continua per lui che da lì a poco avrebbe rivoluzionato il genere del reportage, combinando giornalismo, documentazione storica, antropologica, letteratura:

“I miei viaggi si svolgevano quindi in due dimensioni: una temporale (l‘antica Grecia, la Persia, e gli Sciti) e una spaziale (il mio lavoro in Africa, in Asia, e nell’America latina).
Il passato sopravviveva nel presente e le due dimensioni confluivano, creando un flusso ininterrotto di storia”.

copertina

Leggendo le Storie, in cui si racconta la guerra del V secolo a.C. tra i Greci e i Persiani, Kapuściński, è attento a studiare il metodo che il grande storico di Alicarnasso ha usato nella raccolta delle informazioni e nella verifica dell’attendibilità della loro provenienza:

“Ma come faceva Erodoto, essendo greco, a sapere che cosa narrassero i lontani persiani, i fenici, gli abitanti dell’Egitto e della Libia? Recandosi di persona in quei paesi, interrogando, osservando e raccogliendo dati in base a ciò che vedeva e che la gente gli raccontava. Il che significa che il suo primo passo era sempre un viaggio. Ma non è forse quello che fanno tutti i reporter, che non pensano ad altro che a partire e per i quali il viaggio è la ricchezza, la fonte, l’origine di ogni cosa? Solo in viaggio un reporter si sente se stesso e a casa propria”.

Erodoto, dunque, viaggiava per incontrare altri uomini e ascoltare quello che avevano da dirgli, quello che ricordavano o avevano sentito dire da altri, rispetto agli eventi indagati, gettando così le basi per l’origine del metodo investigativo, fondamentale per lo storico.
Consapevole che si conosce solo ciò che la memoria riesce a trattenere, prima che si offuschi o svanisca, data la labilità della sua natura , è necessario conservarla attraverso la scrittura, da cui l’idea del libro, “di ogni libro, nonché la sua durata e, per così dire, la sua eternità.”
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Racconti di Pietroburgo, di Nikolaj Gogol’

Per il prossimo incontro, che si terrà giovedì 30 maggio 2019, alle ore 20.30, presso la Biblioteca civica R. L. Montalcini di Dalmine, il gruppo di lettura sta leggendo:

LA PROSPETTIVA NEVSKIJ

IL NASO

IL CAPPOTTO

 

Tre racconti di NIKOLAJ GOGOL’

tratti da RACCONTI DI PIETROBURGO

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I protagonisti di questi racconti sono uomini che incarnano l’instabilità, l’inautenticità e l’alienazione dai veri valori della cittadinanza pietroburghese del tempo.

Personaggio vivo dei racconti di cui si compone l’opera è Pietroburgo stessa, città reale e ostile, misteriosa con i suoi canali, i suoi ponti, i suoi viali lungo la Neva.

Gogol’, massimo esponente del realismo russo, mescola in questi racconti, scritti con l’usuale asciuttezza, il suo lato comico e grottesco e gli elementi più drammatici e fantastici della sua prosa.

“…che cosa è la nostra vita! Una perenne zuffa della fantasia con la realtà!”

NIKOLAJ GOGOL’

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Già maestro del Realismo, Gogol’ Nikolaj Vasil’evic (Sorocincy, 1809 – Mosca 1852) si distinse per la grande capacità di raffigurare situazioni satirico-grottesche sullo sfondo di una desolante mediocrità umana, o di quella che è stata definita pošlost’ con uno stile visionario e fantastico tanto da essere definito da molti critici un precursore del Realismo magico. Tra le opere più significative si ricordano i racconti Taras Bul’ba (1834) e Arabeschi (1835), la commedia L’ispettore Generale (1836), la raccolta I Racconti di Pietroburgo (1842) e il romanzo Le anime morte (1842).

Nel 1831 esce la prima parte di Veglie alla fattoria presso Dikan’ka (il suo ingresso nel mondo letterario pietroburghese) che gli frutta l’incontro con Puskin.

Poco dopo accetta una cattedra di storia all’Istituto Pedagogico della capitale. Nel 1832 esce la seconda parte di Veglie: è la consacrazione ufficiale.

Nel 1836 va in scena a Pietroburgo L’ispettore , opera scritta in pochi mesi. È la prima commedia portata a termine.

Il teatro gogoliano riprende il discorso dei racconti pietroburghesi: non è l’uomo a essere malvagio, è la società a renderlo tale: non è Chlestakov a spacciarsi per ispettore bensì la corrotta burocrazia di una non meglio identificata piccola provincia russa a imporgli quel ruolo.

La prima rappresentazione de L’Ispettore lo convince di aver totalmente fallito il suo scopo: era stato considerato soltanto un autore comico, il cui solo scopo era divertire e basta. Deluso e amareggiato Gogol’ parte per l’estero.

Si stabilisce a Roma dove si dedica totalmente alla stesura de Le anime morte.

Ne esce un giudizio d’insieme sulla società russa del tempo, che finisce col diventare simbolo della società umana: tutto comporre a impedire lo sviluppo delle autentiche qualità dell’uomo, tutto determina e accelera il processo di degenerazione spirituale cui l’uomo è già per sua natura predisposto.

Il primo volume di Anime morte esce nel 1842 suscita l’entusiasmo della critica e del pubblico. Ma la salute fisica e psichica dell’autore sono già compromesse.

Brucia nel 1845 ciò che aveva scritto del secondo volume, mentre la critica lo attacca violentemente.

L’inquietudine e l’insoddisfazione lo spingono a una adesione sempre più stretta alla fede cristiana, e il conflitto con la sua attività di scrittore diviene insostenibile.

Muore il 21 febbraio 1852.

“Siamo tutti usciti dal cappotto di Gogol’”

[F. Dostoevskij]

25 aprile: Festa della Liberazione. Omaggio ai Fratelli Cervi.

AI FRATELLI CERVI, ALLA LORO ITALIA

[….] Ma io scrivo ancora parole d’amore,
e anche questa è una lettera d’amore
alla mia terra. Scrivo ai fratelli Cervi
non alle sette stelle dell’orsa: ai sette emiliani
dei campi. Avevano nel cuore pochi libri,
morirono tirando dadi d’amore nel silenzio.
Non sapevano soldati filosofi poeti
di questo umanesimo di razza contadina.
L’amore la morte in una fossa di nebbia appena fonda.
Ogni terra vorrebbe i vostri nomi di forza, di pudore,
non per memoria, ma per i giorni che strisciano
tardi di storia, rapidi di macchie di sangue.
Salvatore Quasimodo

 

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Il 28 dicembre 1943 muoiono torturati e fucilati dai fascisti presso il poligono di tiro di Reggio Emilia i 7 FRATELLI CERVI nati a Campegine (RE): GELINDO (43 anni),  ANTENORE (38 anni), ALDO (34 anni), FERDINANDO (32 anni), AGOSTINO (28 anni), OVIDIO (25 anni), ETTORE (22 anni) tutti contadini, antifascisti, Partigiani.

“Un’esecuzione arbitraria: la prima di un lungo, spaventoso elenco che sarà scritto nei mesi a venire. Ricordi quando il Regio esercito, prima di processarti, ci ha messo mesi, e pile di incartamenti? Domande, deposizioni. Qui niente. Niente verbali, avvocati, cancellieri. Solo boia.”  (Adelmo Cervi, Io che conosco il tuo cuore)

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Nel libro “Io che conosco il tuo cuore”, (Piemme 2014) di Adelmo Cervi e di Giovanni Zucca, il figlio terzogenito di Aldo e di Verina Castagnetti, racconta il dolore generato dall’assenza di un padre di cui non ha potuto godere l’amore e le cure. Aveva solo quattro mesi, quando Aldo è stato ucciso:

“Io non ricordo la tua voce, il suono dei tuoi passi, non ricordo il calore della tua mano che stringe la mia. Posso raccontare la tua storia solo perché, da sempre, conosco il tuo cuore”.

Il racconto che Adelmo ci consegna è accorato e avvincente e genera una indicibile commozione, come succede ogni volta che si può esplorare qualche piccolo dettaglio sulla famiglia Cervi.
Il tono della narrazione, che nasce dal cuore, è intimo e raccolto.
Adelmo rievoca l’atmosfera che regnava nella famiglia contadina dei Cervi, diretta dal nonno Alcide, che ha la statura di un patriarca, dalla nonna Genoeffa, l’amministratrice della casa. Insieme governano una numerosa famiglia di sette figli maschi (Gelindo, Antenore, Aldo, Agostino, Ferdinando, Ovidio, Ettore) di due figlie femmine, Diomira e Caterina, di nuore e di nipoti.

Animati da una piena dedizione al lavoro, i Cervi prendono in affitto un podere, di circa 15 ettari, in località Campi Rossi, lo bonificano, usando tecniche innovative e praticando la rotazione delle colture, per ottenere il massimo rendimento.

La loro ferrea volontà e coesione, la loro spinta innovativa, la loro voglia di stare a passo con i tempi, anzi di vedere oltre i tempi, si manifestano già nell’ambito lavorativo.
Anche politicamente saranno innovativi e mostreranno di avere le idee chiare, scegliendo di stare dalla parte giusta. Adelmo scrive che il padre “era già partigiano prima ancora di toccare un’arma. Partigiano perché di parte, di quella parte che lui sentiva giusta”.

Dopo la caduta del fascismo, il 25 luglio del 1943, la scelta di stare dalla parte giusta si è concretizzata nell’adesione al movimento della Resistenza che per i Cervi ha significato compiere piccoli/grandi atti concreti, come scrive Adelmo in una bella pagina, in cui si chiede cosa sia stata la Resistenza per la famiglia Cervi:

“Che cos’è la Resistenza? È il nonno Alcide che rifiuta le pressioni per far prendere la tessera del fascio ai suoi figli. È la nonna Genoeffa che non dà la sua fede d’oro alla patria. È Massimo, tuo cugino, che porta un carro con un carico di armi a un tale che ha un cavallo anche lui. Massimo stacca il cavallo e torna indietro, quell’altro attacca il suo cavallo e il carro va in montagna. È Eletta, la sorella di Irnes e la nipote di Iolanda, che con il coraggio dell’adolescenza nasconde una pistola sotto i vestiti e la porta ai Sarzi. Gesti. La Resistenza è avere paura e farla lo stesso. La Resistenza è sorridere dentro, perché sai che la stai facendo in nome della vita, non in nome della morte. La Resistenza è mandare al diavolo i burocrati. È ignorare quelli che trovano sempre una scusa buona per aspettare, per rimandare. Potevi farlo anche tu, no? Aspettavi, rimandavi. Prima o poi ci pensava un altro, uno di quelli tornati dalla prigione o dal confino, uno di quelli che ti dicevano “anarchico”, e come suonava male, detto da loro!”

Compiere atti concreti, ha significato anche creare strutture di protezione per i perseguitati dal fascismo. Anche questa azione, nata spontaneamente, con il tempo ha dato vita alla costruzione di una estesa rete di appoggi e di rifugi, necessaria nella pianura reggiana, a differenza della montagna dove, invece, ci si poteva nascondere nei boschi. Sono nate così le case di latitanza:

“[….] Prima ti offrono il fienile, un angolo della stalla, il solaio. Poi ricavano nascondigli sottoterra, in uno sgabuzzino non più usato, nel pozzo, .. nascondigli per le armi, ma anche per le persone. Di notte, sei in fuga dopo un’azione. Invece di vagare a caso, vai alla cascina dei Manfredi, a Villa Sesso, una frazione di Reggio. Se non ti aspettano svegli, sai comunque dove entrare e rifugiarti. Per una notte, o per un giorno, non di più: è pericoloso stare troppo tempo nello stesso posto. [….]”
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23 aprile: Giornata mondiale del Libro e del diritto d’autore. “A libro aperto”, di Massimo Recalcati.

“A libro aperto. Una vita è i suoi libri”
di Massimo Recalcati.

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“Ogni libro è un mare e come il mare ogni libro è sempre aperto. Mentre ci apre a mondi impensati, inauditi, non ancora visti, non ancora conosciuti, apre la testa del lettore, ovvero lo aiuta a rinunciare alla tentazione del muro”.

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“El castillo” di Jorge Mendez Blake

“Non è questa la forza che abita il libro? Generare un’incrinatura nel muro, minare la sua apparente solidità, introdurre nella compattezza del muro una discrepanza, una fessura.[….] Mentre il muro vorrebbe riparare la vita dalla sua esposizione all’alterità, il libro impone al lettore l’incontro rinnovato con un’ alterità sempre nuova e sempre in movimento.”

Con queste asserzioni forti, più che mai necessarie oggi, vogliamo aprire la presentazione del bel saggio misto a racconto autobiografico, di Massimo Recalcati (segnalato al gruppo da Virginio Teli), dedicato alla forza e alle innumerevoli potenzialità dei libri, capaci di aprire la nostra mente, di prospettarci nuovi orizzonti, di incrinare la compattezza del muro, visto da alcuni, come simbolo che ci difende dalla paura dell’alterità.

I libri sono anche capaci di evocare “frammenti sepolti o ardenti del nostro passato”. In essi troviamo pezzi di noi stessi e dunque, leggendoli, ci incontriamo con la parte più profonda e più vera di noi.

“Raccontare i libri che abbiamo amato significa raccontare la nostra vita, perché una vita è i suoi libri”.

Con questa suggestiva definizione, Recalcati ci introduce alla seconda parte del racconto, che si può considerare autobiografica, in quanto prende in esame i libri che lo hanno formato come uomo, come intellettuale, come psicanalista. Spiega i motivi delle loro attrazione e come essi lo abbiano letto dentro, in alcuni momenti particolari della sua vita.

Tra i libri che si sono rivelati, dei veri e propri incontri e hanno chiamato in causa il suo mondo interiore c’è l’“Odissea”. Recalcati prova a spiegare a se stesso e ai lettori il motivo del fascino di Ulisse:

“Ulisse era fatto di una tempra dura. Questo mi colpiva innanzitutto. Questo era riconosciuto da me come il tratto più radicalmente umano di Ulisse: la sua volontà di resistere alla morte. Non dobbiamo forse affrontare sempre prove di sopravvivenza, di resistenza, di tenuta di fronte alla violenza caotica della vita?”

Dalla lettura de “Il Vangelo di Matteo”, invece, è scaturito il suo primo innamoramento per Gesù e per i miracoli da lui compiuti:

“Cos’era un miracolo se non l’interruzione di un ordine stabilito e l’irruzione di un’altra Legge rispetto a quella del mondo, di un’altra possibilità della vita. […..]I miracoli erano una esplosione di vita quando la vita sembrava infelice, colpita, ferita, spaventata o morta.”

Continua a leggere “23 aprile: Giornata mondiale del Libro e del diritto d’autore. “A libro aperto”, di Massimo Recalcati.”

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