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Gruppo di Lettura Dalmine

Una storia romantica, di Antonio Scurati

Per il prossimo incontro che si terrà giovedì 7 febbraio 2019, alle ore 20.30, presso la biblioteca civica R.L. Montalcini di Dalmine, il gruppo di lettura Dalmine sta leggendo:

UNA STORIA ROMANTICA

di Antonio Scurati

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1848. La rivoluzione infiamma l’Europa. Milano insorge contro la dominazione austriaca. In soli cinque giorni un popolo conquista la libertà, una nazione nasce, un uomo e una donna si amano perdutamente. Per farlo, tradiscono tutti, rimanendo fedeli soltanto a se stessi, alla terribile purezza di un sentimento assoluto.
1885. Il senatore del Regno d Italia Italo Morosini riceve un manoscritto anonimo. Quelle pagine, con la violenza del rinculo di una fucilata, lo sospingono indietro di quarant’anni, al momento fatidico in cui un manipolo di giovani male armati alzò le barricate per le strade di Milano e sconfisse l’esercito più potente del mondo, abbattendo a sassate l’aquila dell’impero asburgico. Ma in quelle pagine si racconta anche la bruciante passione d’amore che travolse la bella Aspasia, allora musa della rivolta, ora fedele e remissiva moglie del senatore. In un mondo invecchiato, in un’Europa insanguinata dal terrorismo anarchico, quando tutte le illusioni sembrano perdute e tutte le passioni spente, il destino picchia alla porta per la resa dei conti. Intrecciato a un potente quadro del nostro Risorgimento – l’epoca più eroica e dimenticata della nostra storia – ambientato e scritto come un romanzo ottocentesco, “Una storia romantica” parla in realtà di noi, di come, straziati da una dolorosa precarietà sentimentale, siamo condannati a vivere tra le rovine di un mondo che sognò gli ideali e gli amori assoluti.
Fonte: Bompiani.it

“Aspasia si alzò di scatto, afferrò il diario, e sulla prima pagina intonsa, di stizza, quasi a sfregio, rendicontò la sua prima giornata di libertà annotando due frasi incongrue:
2 gennaio 1848

L’Italia deve essere libera. Io ho il diritto di essere felice.”

ANTONIO SCURATI

 

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“Se il Risorgimento è dimenticato lo è perché la sua idea guida – la libertà attiva, intesa come libertà di fare e rifare politicamente il mondo in modo tale che si adatti meglio all’esistenza umana – è oggi un’idea morta.”

 

Si laurea in Filosofia all’Università degli Studi di Milano per proseguire i suoi studi all’École des hautes études en sciences sociales di Parigi e completare la sua formazione conseguendo un dottorato di ricerca in Teoria e analisi del testo all’Università degli Studi di Bergamo.

Docente e ricercatore all’Università degli Studi di Bergamo, coordina il Centro studi sui linguaggi della guerra e della violenza. Sempre presso l’Università di Bergamo, insegna Teorie e tecniche del linguaggio televisivo. Nel 2005 diviene Ricercatore in Cinema, Fotografia, Televisione e nel 2008 si trasferisce alla Libera Università di Lingue e Comunicazione IULM di Milano, dove svolge l’attività di ricercatore e docente titolare nell’ambito del Laboratorio di Scrittura Creativa e del Laboratorio di Oralità e Retorica.

Ha pubblicato nel 2003 il saggio Guerra. Narrazioni e culture nella tradizione occidentale, finalista al Premio Viareggio.

Il suo romanzo Il sopravvissuto (Bompiani, 2005) ha vinto (ex aequo con Pino Roveredo) la XLIII edizione del Premio Campiello.

Nel 2006 è stato pubblicato in una nuova versione il suo romanzo d’esordio, Il rumore sordo della battaglia.

Nel 2006, presso Bompiani, è uscito il saggio La letteratura dell’inesperienza. Scrivere romanzi al tempo della televisione: una riflessione su media, dadaismo, letteratura e umanesimo. Collabora col settimanale Internazionale e il quotidiano La Stampa.

Nel 2007 viene pubblicato Una storia romantica. Nello stesso anno realizza per Fandango il documentario La stagione dell’amore, un film che indaga sul tema dell’amore nell’Italia contemporanea, riprendendo l’inchiesta realizzata nel 1965 da Pier Paolo Pasolini in Comizi d’amore.

Nel 2009 pubblica Il bambino che sognava la fine del mondo, romanzo che mescola realtà e finzione, prendendo spunto dalla cronaca per descrivere impietosamente la fame di tragedie da parte dei mass-media e del mondo dell’informazione in generale.

Nel 2010 pubblica Gli anni che non stiamo vivendo. Il tempo della cronaca, una raccolta di articoli sui principali fatti contemporanei di cronaca nera, politica e attualità. Nello stesso anno affronta i medesimi argomenti con la rubrica “Lettere dal nord” all’interno del programma televisivo Parla con me.

Nel 2015 è uscito, ancora per Bompiani, Il tempo migliore della nostra vita, opera fra il romanzesco e il biografico, dedicata alla vita di Leone Ginzburg.

Nel settembre 2018 pubblica M. Il figlio del secolo, primo volume di una trilogia su Benito Mussolini destinata a raccontare la storia italiana dal 23 marzo 1919 – giorno della fondazione dei Fasci di combattimento – al 1945. M. si chiude col discorso pronunciato il 3 gennaio 1925 alla Camera dei deputati, instaurazione ufficiale della dittatura dopo la crisi politica determinata dall’omicidio di Giacomo Matteotti. Alcuni errori storici presenti nella prima edizione del volume sono stati sottolineati sul “Corriere della Sera” da Ernesto Galli della Loggia, cui l’Autore ha risposto sulle colonne dello stesso giornale argomentando che l’epoca attuale necessiti di “una cooperazione tra il rigore della scienza storica e l’arte del racconto romanzesco”

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GIORNATA DELLA MEMORIA – IRENE NEMIROVSKY

Nata a Est, Irène è andata a morire a Est. Strappata alla sua terra natale per vivere, è stata strappata alla sua terra di elezione per morire. Tra queste due pagine si inserisce un’esistenza troppo breve, ma brillante: una giovane russa è venuta a deporre nel libro d’oro della nostra lingua pagine che la arricchiscono. Per i vent’anni che ha passato fra noi, piangiamo in lei una scrittrice francese.

JEAN-JACQUES BERNARD, 1946

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Élisabeth Gille, la figlia minore di Irene Némirovsky, nel 1992, a oltre cinquant’anni dalla morte della madre, ha pubblicato Mirador. Irene Némirovsky, mia madre, una biografia costruita con delle memorie che l’autrice definisce “sognate”, essendo rimasta orfana di entrambi i genitori all’età di 5 anni. Memorie che nascono da una lettura attenta dei diari, delle lettere, dei taccuini, degli appunti della madre. La ricostruzione è profonda, intensa, originale: Irene Némirovsky racconta in prima persona la sua vita.

Gli estratti scelti si riferiscono ad alcuni eventi drammatici (ma sono veramente tanti quelli che emozionano e commuovono il lettore) che segnarono la vita dell’autrice e della sua famiglia, a partire dal ‘39: l’esplosione dell’antisemitismo in Francia stravolse la sua vita di cittadina e di intellettuale, che tanto aveva dato alla patria adottiva e in cambio riceveva intolleranza e ostilità; la promulgazione dei decreti del 3 e del 4 ottobre 1940 che stabilivano per gli Ebrei una condizione di inferiorità sociale e giuridica e l’internamento nei campi di concentramento; i diverbi con gli editori (alcuni le voltarono le spalle, qualcuno espresse solidarietà) e le conseguenti difficoltà a pubblicare i libri; l’affidamento delle figlie alla governante Julie Dumot; l’arresto, il 13 luglio 1942 e la deportazione, prima a Pithiviers e poi ad Auschwitz.

Infine l’estratto dell’intervista alla figlia Elisabeth Gille fa luce sul mistero del suo salvataggio e quello della sorella Denise. Degna di attenzione è la riflessione di Elisabeth Gille sull’odio per lo straniero allora e oggi.

Il clima di Parigi negli anni venti

“… il mio arrivo in Francia dopo la Grande Guerra mi aveva convinto che l’antisemitismo qui non esistesse più. E ciò perché noi stranieri ci facevamo un’ idea altissima di questo paese: la terra della Rivoluzione, della libertà, dei diritti dell’uomo. Inoltre era il momento dell’unione sacra. Gli ebrei, destabilizzati qualche anno prima dal caso Dreyfus, si compiacevano di aver riconquistato la stima di tutti grazie al loro patriottismo. Erano riconosciuti come francesi per «diritto di sangue». Lo stesso Maurice Barrès si batteva il petto e trovava in loro molte virtù. Vecchi antisemiti raccontavano la storia di quel rabbino che sul campo di battaglia, si era fatto uccidere mentre portava a un soldato cattolico, per alleviarne l’agonia, un crocifisso da baciare. Intorno a me tutti, compreso mio padre, credevano in un’assimilazione definitiva……”

Noi laici, che consideravamo il giudaismo un retaggio del passato, pensavamo che, a parte un pugno di estremisti, la Francia dell’Illuminismo avrebbe avuto d’ora in poi le idee chiare. Mai avremmo immaginato che potesse tradirci. Del resto non avevamo il monopolio della fiducia. Tutti gli immigrati polacchi, italiani, che fuggivano i Pogrom, la povertà, erano accolti calorosamente da una nazione esangue che aveva bisogno di braccia. Da tutto il mondo, le famiglie ricche inviavano qui i loro studenti affinché potessero perfezionare la loro istruzione. La Parigi degli anni Venti si gloriava di essere cosmopolita. I quartieri poveri e quelli ricchi traboccavano di stranieri. Nei ristoranti, nei caffè, da quelli più scadenti a quelli più lussuosi, si sentivano parlare tutti i dialetti dell’universo: il russo da Belleville e Montmartre fino agli scantinati dell’Hótel George V e alla Closerie des Lilas; l’inglese ai tavolini della Coupole e della Rotonde pieni zeppi di americani; lo spagnolo sui grandi viali. La mostra delle Arts-Déco nel 1925 fu l’apogeo di tale mescolanza. Soltanto certe voci, irriducibili ma isolate, andavano gridando che Parigi, sommersa dagli stranieri, stava diventando «Canaan-sur-Seine». E poi noialtri, i russi bianchi, eravamo di moda. [….] Adulati, festeggiati, tutti i russi facoltosi, ebrei o no, erano ritenuti degli aristocratici; tutti i russi poveri ma che pensavano nel modo giusto erano considerati come vittime del comunismo, il cui imminente trionfo in Francia prima a causa del cartello delle sinistre e poi dei grandi scioperi operai. A quel punto avevamo completamente dimenticato di essere israeliti. “

L’esplosione dell’antisemitismo

“….. Il dado era tratto. Due anni dopo, il 17 novembre 1938, quando un adolescente diciassettenne, Herschel Grynszpan, uccise in rue de Lille il diplomatico tedesco Ernst von Rath per attirare l’attenzione sulle migliaia di ebrei espulsi dalla Germania verso la Polonia, non trovò comprensione né da parte della polizia né da parte dell’opinione pubblica, e tantomeno la compassione di cui aveva beneficiato dodici anni prima l’assassino di Petljura. In Germania, il suo gesto funse da pretesto per la Notte dei Cristalli. In Francia scatenò un assordante fracasso antisemita, anti-stranieri, anti-tutto, che ci ha condotto al punto dove siamo oggi. Protetta dalle pesanti cortine che la fama aveva tirato tra me e il mondo, tagliata fuori dalla realtà per via della mia ostinazione, a dispetto di tutto e di tutti, nel considerarmi francese, tanto che mi pareva inutile chiedere la mia naturalizzazione, non avevo visto arrivare il disastro più degli altri…..”

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‘Cari fanatici’, di Amos Oz

In omaggio ad Amos Oz, recentemente scomparso, proponiamo alcuni passaggi tratti dal suo libro Cari fanatici, raccolta di tre suoi saggi sul tema, sempre attuale, del fanatismo.

“Queste pagine non hanno certo l’ambizione di descrivere tutti i possibili risvolti né di delineare tutti gli elementi del quadro, e men che meno di pronunciare una parola definitiva; vorrei sostanzialmente catturare l’attenzione di coloro che la pensano diversamente da me.”
Amos Oz

 

cari fanatici

 

Immaginare il mondo interiore, le idee e anche le emozioni dell’altro da sé: farlo pure nel momento dello scontro. Farlo anche – anzi: soprattutto – mentre dentro di noi monta quel miscuglio febbrile di rabbia, umiliazione, obbrobrio, tracotanza e incrollabile convinzione di aver subito un torto, di essere dalla parte del giusto.
Forse anche chiederci di tanto in tanto, “E se io fossi stato lei? o lui? o loro?”, mettendosi per un attimo nei panni del prossimo e persino nella sua pelle non per attraversare il fiume o “rinascere”, ma soltanto per capire e anche sentire quel che c’è laggiù: cosa c’è oltre il fiume? Che cosa hanno in testa? Come si sentono laggiù? E che aspetto abbiamo noi, da laggiù? (E con l’occasione magari anche tentare di capire qual è la profondità del fiume che ci separa, no? Quanto è largo, come e dove si potrebbe costruire un ponte…).
Questa curiosità non ci conduce necessariamente a un relativismo etico onnicomprensivo e neanche alla negazione del sé in nome dell’affermazione dell’altro.
Ci conduce, ogni tanto, a una scoperta sensazionale, la scoperta che esistono molti fiumi, che da ogni sponda di quei fiumi si vede un paesaggio diverso, affascinante e sorprendente; che sono affascinanti anche se non si attagliano a noi, sorprendenti anche se non ci conquistano. Forse la curiosità ha davvero un potenziale di apertura, di tolleranza.

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La curiosità e l’immaginazione sono strettamente connesse: l’atavico impulso umano a sbirciare dietro le imposte chiuse del prossimo, l’ansia di mettere a confronto i nostri segreti domestici, intimi, e quelli degli altri, anche questo bisogno può forse entrare in gioco contro il desiderio del fanatico di uccidere il diverso nel prossimo, sì che il prossimo diventi esattamente come lui. O di uccidere chiunque non sia disposto a cambiare e si rifiuti di essere come lui.
La letteratura e il pettegolezzo sono una specie di cugini (benché la prima di solito non si degni nemmeno di salutare l’altro per strada, perché si vergogna della parentela che li lega). Chi è curioso e ha fantasia è sempre ansioso di sapere “come sia per gli altri”. Quando questo desiderio si accontenta di  una soddisfazione da poco prezzo, banale, basta il pettegolezzo; l’arte invece appaga questo desiderio in un modo più sofisticato e complesso. Tanto il pettegolezzo quanto la letteratura, ciascuno a suo modo, sono forse capaci di offrire un parziale antidoto al fanatismo, perché entrambi sono affascinati dalla diversità in seno alla specie umana.

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In ricordo di AMOS OZ

per AMOS OZ

Abraham Yehoshua ricorda Amos Oz: “Non abbiate paura di parlare …”

https://www.msn.com/it-it/video/ballando-con-le-stelle/abraham-yehoshua-ricorda-amos-oz/vi-BBRKk4i

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Il 29 gennaio 2016, è stata conferita allo scrittore israeliano Amos Oz la laurea magistrale honoris causa in ‘Lingue e culture per la comunicazione e la cooperazione internazionale’ da parte dell’Università Statale di Milano.

Per ricordare il grande scrittore, riportiamo stralci dalla laudatio di Gianni Turchetta e dalla bellissima e celebre autobiografia “Una storia di amore e di tenebra”.

“Quand’ero piccolo,” scrive Amos Oz in Una storia di amore e di tenebra, “da grande volevo diventare un libro. Non uno scrittore, un libro: perché le persone le si può uccidere come formiche. Anche uno scrittore, non è difficile ucciderlo. Mentre un libro, quand’anche lo si distrugga con metodo, è probabile che un esemplare comunque si salvi e preservi la sua vita di scaffale, una vita eterna, muta, su un ripiano dimenticato in qualche sperduta biblioteca a Reykjavik, Valladolid, Vancouver.”
Sono parole che ci fanno riflettere su quanto la letteratura sia importante, e anche su quanto la letteratura sia tenace, benché fragile. Ci fanno anche riflettere su quanto sia fragile l’uomo, su quanto poco ci voglia a distruggerlo. […] e penso valga la pena di ricordarlo, almeno per qualche istante, perché stiamo parlando di un grande scrittore israeliano, ma anche perché l’obbligo della memoria ci riguarda tutti.
Quando giustamente gli si attribuiscono grandi meriti, Amos Oz tende a schermirsi: dice che scrivere è una vocazione, un impulso irresistibile, che diventa come un dato di natura. E per questo lui non avrebbe meriti particolari. Ma noi, naturalmente, non gli crediamo, e pensiamo che invece di meriti ne abbia davvero molti. Anche perché la scrittura, quella vera, è figlia di un lavoro severo, faticoso, pazientissimo, di cui pure Oz ci ha parlato e che non sarebbe giusto dimenticare. Pochi hanno saputo farlo con questa qualità, con questa profondità e con questa intensità, e noi gliene siamo grati. […]
Ma in prima approssimazione, e in positivo, è importante sottolineare quanto conti la sua fiducia, starei per dire la fede (se non fosse una parola molto compromessa) verso la forza e la capacità di persistenza, e di resistenza, di quel tipo di discorso che ancora ci ostiniamo a chiamare letteratura. Visto il mondo in cui viviamo, verrebbe forse da chiedersi come mai la letteratura esista ancora. E potremmo provare a rispondere a questa domanda notando che il discorso della letteratura resta ancora così importante nelle nostre società perché ha saputo conservare una speciale capacità di conferire senso all’esistenza, di combattere contro l’oblio e l’insensatezza: superando, come appunto ci ha appena ricordato Oz, le barriere dell’individualità, dello spazio e del tempo. C’è un altro passo bellissimo di Una storia d’amore e di tenebra, in cui Oz parla della propria infanzia, dicendoci che abitava nel quartiere Kerem a Gerusalemme, “ma non vivevo lì, vivevo ai margini di un bosco”: questo bosco è il bosco incantato costruito dalle storie che gli raccontava la madre, prima matrice delle storie che poi avrebbe cominciato a raccontare lui: “Vagavo girando senza sosta per quei boschi virtuali, boschi di parole, casupole di parole, pascoli di parole. Tutto ciò che contava era fatto di parole”.
Ecco, questa fiducia nella capacità delle parole di essere così solide da entrare in competizione con le cose, questa fiducia è un punto di partenza necessario. Ma per altri versi, e quasi all’opposto, la forza del discorso di Oz vive anche della sua ferma coscienza dei limiti della letteratura, chiamata a misurarsi con la durezza, l’enormità, la violenza della vita e della storia. Non a caso, egli sottolinea continuamente anche i limiti davanti alla vita di chi si occupa di letteratura, declinando in modo originalissimo uno dei grandi temi della letteratura dell’Occidente moderno: quello dell’Inettitudine, chiamato in causa da molte delle sue storie. Ecco che cosa gli succede poco dopo essere entrato, appena quattordicenne, nel kibbutz di Hulda: “Quando fui beccato a scribacchiare poesie nella stanza sul retro della casa, fu ormai chiaro a tutti che da me non se ne sarebbe cavato nulla di buono”. Chi scrive, insomma, è un buono a nulla, un incapace. Perché lui sa scrivere, ma gli altri sanno vivere. D’altro canto, però, tutti hanno bisogno di storie: e Oz ci racconta come da bambino i compagni di scuola spesso l’aggredissero, avendone capito le debolezze, ma poi fossero affascinati dalle sue storie, che lui, piccola, impacciata Sheerazade, produceva a getto continuo. Nei suoi libri Oz racconta per lo più vicende private, ma sempre sullo sfondo della Storia, cui non smette mai di fare riferimento, anche quando parrebbe averla messa da parte. [……]
“Questo strano impulso che avevo da bambino” scrive “ il desiderio cioè di offrire una nuova opportunità a ciò che non esisteva più né mai più avrebbe avuto un’opportunità – è ancora fra le cose che mi muovono la mano, ogni volta che mi accingo a scrivere una storia.” (Una storia di amore e di tenebra).
L’aspirazione a dare o restituire vita attraverso la parola prende corpo, non a caso, in una poetica dove la letteratura si caratterizza come capacità di ascoltare l’altro, di captarne le emozioni e di riconoscerne la differenza irriducibile: “Non sto invocando un relativismo morale assoluto”, scrive Oz in una delle conferenze di Contro il fanatismo, “certo che no: sto invece propugnando la necessità di immaginarsi a vicenda. A ogni livello, anche il più banale e quotidiano: immaginarsi. Immaginarci quando bisticciamo, quando ci lamentiamo, immaginarci nel preciso momento in cui sentiamo di avere ragione al cento per cento. Anche quando si ha ragione al cento per cento, e l’altro ha torto al cento per cento, anche in quel momento è utile immaginare l’altro” […].

(dalla Laudatio di Gianni Turchetta )
http://www.unimi.it/cataloghi/unicom/Per_Amos_Oz_Laudatio_di_Gianni_Turchetta.pdf

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“Dolce”, da Suite francese di Irène Némirovsky

Per il prossimo incontro che si terrà giovedì 10 gennaio 2019 – qui – il gruppo di lettura sta leggendo:

“Dolce” da Suite francese

di Irène Némirovsky

copertina libro
Nei mesi che precedettero il suo arresto e la deportazione ad Auschwitz, Irène Némirovsky compose febbrilmente i primi due romanzi di una grande «sinfonia in cinque movimenti» che doveva narrare, quasi in presa diretta, il destino di una nazione, la Francia, sotto l’occupazione nazista: Tempesta in giugno (che racconta la fuga in massa dei parigini alla vigilia dell’arrivo dei tedeschi) e Dolce (il cui nucleo centrale è la passione, tanto più bruciante quanto più soffocata, che lega una «sposa di guerra» a un ufficiale tedesco).
[…] con Suite francese ci troviamo di fronte al grande «romanzo popolare» nella sua accezione più nobile: un possente affresco, folto di personaggi memorabili, denso di storie avvincenti, dotato di un ritmo impeccabile, nel quale vediamo intrecciarsi i destini di una moltitudine di individui travolti dalla Storia. Su tutti – il ricco banchiere e il giovane prete, la grande cocotte e la contadina innamorata, lo scrittore vanesio e il ragazzo che vuole andare al fronte e scopre invece le gioie della carne fra le braccia generose di una donna di facili costumi – Irène Némirovsky posa uno sguardo che è insieme lucidissimo e visionario, mostrandoci uno spettro variegato di possibilità dell’uomo: il cinismo, la meschinità, la vigliaccheria, l’arroganza e la vanità, ma anche l’eroismo, l’amore e la pietà. «La cosa più importante, qui, e la più interessante» scriveva la Némirovsky due giorni prima di essere arrestata «è che gli eventi storici, rivoluzionari, ecc. sono appena sfiorati, mentre viene investigata la vita quotidiana, affettiva, e soprattutto la commedia che questa mette in scena».
(Adelphi.it)

“Lei pensava: Individuo o collettività?… Eh! Dio mio! Questa non è nuova, non hanno inventato niente. I nostri due milioni di morti, durante l’altra guerra, sono stati sacrificati allo stesso “spirito dell’alveare”! Loro sono morti… e venticinque anni dopo… Che inganno! Che vanità!… Ci sono leggi che regolano il destino degli alveari e dei popoli, ecco tutto! La stessa anima del popolo, probabilmente, è retta da leggi che a noi sfuggono, o da capricci che non conosciamo. Povero mondo, così bello, così assurdo… Ma quel che è certo è che fra cinque, dieci o vent’anni questo problema, che secondo lui è il problema del nostro tempo, non esisterà più, sarà sostituito da altri… Mentre questa musica, questo rumore della pioggia sui vetri, questo lugubre scricchiolio del cedro nel giardino di fronte, quest’ora così dolce, così strana in mezzo alla guerra, questo non cambierà… E’ eterno….”

 

IRENE NEMIROVSKY

 

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Alla fine, tutte le passioni sono tragiche, tutti i desideri maledetti, perché si ottiene sempre meno di quel che si è sognato…

Irène Némirovsky è scomparsa il 17 agosto del 1942 nel campo di concentramento di Auschwitz dopo un solo mese dalla deportazione. A trentanove anni era già autrice di numerosi romanzi e novelle, tra cui Il Ballo e David Golder, oltre all’incompiuto Suite Francese, pubblicato postumo.
Nata a Kiev, in Ucraina, da una famiglia ebrea benestante, la scrittrice ha vissuto in Russia fino alla rivoluzione d’autunno. Poiché i Némirovsky erano vicini allo Zar, si dovettero trasferire in Scandinavia e infine in Francia, dove la famiglia era già solita trascorrere le vacanze.
Nonostante l’infanzia solitaria (o proprio grazie ad essa), Irène si dedica alla lettura e alla scrittura fin da giovanissima e nel 1927, a soli 24 anni, pubblica la sua prima opera, L’Enfant Genial. Intanto studia lettere alla Sorbona e conosce sette lingue tra cui il russo, il francese, l’inglese e l’yiddish.
Nel 1926 sposa l’ingegnere russo Michel Epstein con cui ha due figlie e nel 1929 diventa celebre con il suo David Golder, che le procura anche accuse di antisemitismo per via dell’aspra ironia con cui dipinge il protagonista eponimo del romanzo.
Con l’inasprirsi delle leggi razziali, nel 1939 si fa battezzare cattolica a Parigi, ma nel 1940 le viene proibito di pubblicare, anche se l’editore Horace de Carbuccia viola la legge continuando a occuparsi delle sue opere. Si trasferisce in campagna con la famiglia e lavora a Suite Francese. Nel luglio 1942 viene arrestata e deportata.
Invano il marito e i suoi editori si mobilitano per ritrovarla. Malata di tifo, viene uccisa ad Auschwitz. Le figlie, tuttavia, raccolgono i lavori della madre e permettono la pubblicazione di Suite Francese. Inoltre, basandosi sui diari e i carteggi della donna, ne scrivono la biografia, Mirador.

Vuoi approfondire? http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/irene-nemirovsky/

Un indovino mi disse, di Tiziano Terzani

a cura di Concetta Cartillone

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Tiziano Terzani, giornalista, scrittore, instancabile viaggiatore, esploratore, corrispondente dall’Oriente per il magazine tedesco Der Spiegel ha collaborato con Il Giorno, L’Espresso, Il Messaggero, la Repubblica e Corriere della sera.
Fortemente motivato a conoscere la civiltà asiatica, ritenuta un possibile modello alternativo a quello occidentale, ha soggiornato a Singapore, a Hong Kong, a Pechino, a Tokyo, a Bangkok dal 1971 in qualità di corrispondente di giornali italiani ed esteri.
E’ stato testimone dei più grandi rivolgimenti asiatici: la guerra in Vietnam, la rivoluzione cambogiana di Pol Pot, l’esperienza maoista in Cina, l’affermazione del moderno liberismo economico in Giappone, perfino del crollo del comunismo in Russia.
Il progetto del libro comincia a essere concepito nel 1992. Nel brano seguente è possibile rintracciare la motivazione fondamentale:

Ma io pagavo anche il prezzo di questo strano mestiere di giornalista. Si è sempre là dove c’è un qualche dramma e non si può assistere per anni, impunemente, a rivoluzioni fallite, delitti irrisolti, speranze deluse, problemi senza soluzione. Vietnam, Cambogia, Tien An Men: sempre cadaveri, gente che scappa e, lentamente, la convinzione che niente serve a niente e che il momento della giustizia non arriverà mai. Alla fine anche le parole, usate e riusate per descrivere sempre le stesse situazioni, gli stessi massacri, le facce dei morti e i pianti dei sopravvissuti mi parevano aver perso ogni loro significato. Tutte mi suonavano ormai come cocci rotti. In quelle condizioni era naturale essere depresso, come è naturale che lo sia per chiunque abbia ancora un’idea di quel che la vita potrebbe essere e non è”.

Quando Terzani si accinge a scriverlo, è insoddisfatto e in preda a una profonda disillusione rispetto all’aspettativa di cambiamento che i grandi avvenimenti asiatici avrebbero dovuto produrre e così non è stato. In una sorta di resa dei conti, comincia a interrogarsi sul senso e non senso di eventi, inerenti la sua vita privata, cercando di capire, ad esempio, da cosa potrebbe trarre origine il suo male oscuro, si muove alla ricerca di nuove possibilità per sconfiggere la depressione e si avventura in un viaggio che è geografico ma è soprattutto interiore. L’indagine, dalla sfera personale si estende alla società, al modello dominante, quello occidentale, ritenuto, in generale, da tanti, quello migliore possibile, da esportare o addirittura imporre nelle realtà più disparate ma che, secondo Terzani, è all’origine di tanti mali, compresi quelli asiatici, determinati appunto, per lo più, dall’assunzione di tale modello. Un modello basato sulla crescita economica, sul consumismo, sul dominio dell’alta finanza, sull’affermazione del materialismo che ha modificato la nostra etica, impregnandola di evidenti disvalori quali la corsa continua al denaro, al successo, all’utile, al consumo sfrenato.

E l’India che più di ogni altra civiltà ha creato aspettative ai ricercatori di spiritualità, potrebbe rappresentare un modello alternativo?

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Tiziano Terzani profeta della decrescita.

Intervista di P. Calabrò a Gloria Germani

Il Suo libro su Terzani (Tiziano Terzani: la rivoluzione dentro di noi, ed. Longanesi) ritorna, a distanza di tre anni, in una nuova veste editoriale curata dalla TEA. Perché continuiamo oggi a parlare di Terzani?
Credo che continueremo a parlare di Terzani per molto tempo.
A mio avviso le sue posizioni – a partire da quella pacifista presa pubblicamente sulle pagine del Corriere della Sera appena 3 giorni dopo l’11 settembre 2001 – erano veramente d’avanguardia e hanno bisogno ancora di essere analizzate e meditate profondamente. Di fatto le posizioni che abbiamo adottato come “Paesi Occidentali Sviluppati” con – o perfino senza – l’autorizzazione della NATO, sono state diametralmente opposte a quelle per cui Terzani si era battuto.
Ammettiamolo! Di fatto abbiamo adottato le posizioni della Fallaci: molta rabbia e vendetta, molto poca autoanalisi, nessuna indagine sulla politica internazionale degli Stati Uniti – e soprattutto in Medio Oriente dove si concentrano la maggior parte delle risorse petrolifere -, molta poca attenzione verso la comprensione delle ragioni degli Altri.
Per Terzani il nocciolo di ogni guerra stava proprio in questo: nel non voler comprendere le ragioni degli Altri, nel dipingere il nemico come orribile, non umano.
Ed infatti oggi ci troviamo molto più in guerra che non nel 2001, con fronti aperti in una quantità di zone e la Jihad, la guerra santa, che, piuttosto che debellata, si estende dall’Afganistan al Mali. Terzani aveva previsto tutto questo e l’aveva scritto nel 2001.
E’ fondamentale capire chi siamo e il ruolo che abbiamo assunto a livello internazionale. Perché è solo a livello internazionale che “vengono al pettine” i nodi e vengono a galla verità che già conosciamo al livello ecologico ed energetico. E’ infatti risaputo che la parte sviluppata del mondo corrisponde solo al 20% dell’umanità, ma questo 20% sta consumando l’80% delle risorse della terra. Lo stile di vita che l’occidente ha inventato non è dunque esportabile in tutto il pianeta e quindi – in rapporto agli altri popoli e alla Natura – e essenzialmente, intrinsecamente iniquo.
Inoltre, anche dal punto di vista interno, questo sistema di vita sta implodendo. Terzani ci aveva messo in guardia con grande lucidità e con grande anticipo sui tempi. Dopo la sua morte nel 2004 si è manifestata in tutta la sua evidenza la crisi economica e finanziaria, mentre la crisi ecologica e il surriscaldamento globale hanno ricevuto conferme inoppugnabili dal 2007.
Potremmo dire che le particolarità della nostra civiltà occidentale moderna sono molto più nitide e prevedibili se osservate a livello internazionale – in relazione a altri popoli e altre culture sparse nel globo, come le vedeva Terzani – piuttosto che osservate dall’interno e da un punto di vista autoreferenziale, come ha fatto e continua a fare fa la maggior parte degli intellettuali occidentali e dei mass media.
Scandalizzando molti di loro, Terzani ci aveva avvertito e aveva detto che l’11 settembre poteva essere “Una buona occasione”. “Una buona occasione per ripensare tutto: i rapporti [che abbiamo instaurato] fra Stati, fra religioni, i rapporti con la natura, i rapporti stessi tra uomo e uomo. Era una buona occasione per fare un esame di coscienza, accettare le nostre responsabilità di uomini occidentali e magari fare finalmente un salto di qualità nella nostra concezione della vita” (Lettere contro la guerra, p. 11).
Potremmo oggi riprendere proprio le parole di Terzani che concludevano l’articolo su Corriere: “Pochi l’hanno ascoltato. Forse è venuto il momento”.

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Decrescita, digiuno, nonviolenza: tre nozioni contenute ampiamente nell’edizione del 2009, ma qui presenti fin dal sottotitolo. Cosa ha voluto sottolineare?
Con questo sottotitolo volevo chiarire fin dall’inizio che nella strada tracciata da Terzani, la “Rivoluzione dentro di noi”, non è qualcosa di intimistico od individualistico. Al contrario: si traduce in un cambiamento importante a livello collettivo e sociale: quello della decrescita e della non violenza.
In realtà, Terzani non ha mai usato il termine “Decrescita” ma solo per ragioni anagrafiche. Il termine decroissance – coniato nel 1973 – in realtà ha cominciato a diffondersi solo a partire dal 2003 dopo il convegno Defaire le Development, refaire le monde. Terzani usava invece la parola d’ordine DIGIUNO riprendendola da Gandhi, ma intendeva proprio quello che oggi intendiamo con decrescita.
Nel libro ho cercato di mettere in luce nel Cap.I, la critica radicale a una concezione esclusivamente materialistico-scientifica della vita, e nel Cap.II, la necessità di un approccio olistico alla vita, sulla scia del pensiero orientale nonché delle scoperte delle fisica quantistica. Da queste premesse scaturisce in maniera evidente che cosa fare sul piano pratico: l’adesione verso una semplificazione della vita, verso la riduzione dei “bisogni”, il ritorno ad una stile di vita molto parca e naturale. E infatti ho intitolato il Cap.III, L’etica della nonviolenza e il digiuno.
Terzani parlava di tornare al DIGIUNO gandhiano, non nel senso di astenersi dal cibo (che Gandhi usava come arma di lotta) , ma almeno nel senso di fare a meno di tutte le cose che il consumismo vuole convincerci di aver bisogno ma di cui non abbiamo affatto bisogno!!! Ai giovani Terzani diceva: Il consumismo vi consumerà… e allora? Una soluzione c’è!!! ed è quella di digiunare, digiunare oggi da una cosa, domani da un’altra…. Riprendere coscienza …ed ad ogni passo che fai domandarsi: perché lo faccio?? Sfuggire dunque dal bombardamento mediatico e del marketing……
Terzani voleva mettere in crisi l’idea “che la vita si riduca a lavorare a livelli frenetici per produrre cose perlopiù inutili che altra gente deve lavorare a livelli frenetici, per potersi comprare”. Continue reading “Tiziano Terzani profeta della decrescita.”

Un indovino mi disse, di Tiziano Terzani

Per il prossimo incontro che si terrà giovedì 6 dicembre 2018qui – il gruppo di lettura sta leggendo:

UN INDOVINO MI DISSE

di TIZIANO TERZANI

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Il capolavoro di Terzani: un anno intero senza prenderei aerei e la scoperta del continente asiatico passo dopo passo.

Nella primavera del 1976, a Hong Kong, un vecchio indovino cinese avverte l’autore di questo libro: «Attento! Nel 1993 corri un gran rischio di morire. In quell’anno non volare. Non volare mai». Dopo tanti anni Terzani non dimentica la profezia (che a suo modo si avvera…), ma anzi la trasforma in un’occasione per guardare al mondo con occhi nuovi: decide infatti di non prendere aerei per un anno, senza tuttavia rinunciare al suo mestiere di corrispondente. Il 1993 diviene così un anno molto particolare di una vita già tanto straordinaria: spostandosi in treno, in nave, in auto, e talvolta anche a piedi, Terzani si trova così a osservare paesi e persone della sua amata Asia da una prospettiva nuova, e spesso ignorata. Il risultato di quell’esperienza è un libro fuori dall’ordinario, che è insieme romanzo d’avventura, autobiografia, narrazione di viaggio e grande reportage.

… La profezia era la scusa. La verità è che uno a cinquantacinque anni ha una gran voglia di aggiungere un pizzico di poesia alla propria vita, di guardare il mondo con occhi nuovi, di rileggere i classici, di riscoprire che il sole sorge, che in cielo c’è la luna e che il tempo non è solo quello scandito dagli orologi. Questa era la mia occasione e non potevo lasciarmela scappare…

TIZIANO TERZANI

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«Le carte leggono le ombre delle cose, degli avvenimenti… Quel che io posso fare è aiutare la gente a cambiare la posizione della luce e così, con una libera scelta, a cambiare le ombre. In questo credo davvero: si possono cambiare le ombre.» 

Nato nel 1938 a Firenze, giornalista e autore di molti libri. Tiziano Terzani è stato un profondo conoscitore del continente asiatico e uno dei giornalisti italiani di maggior prestigio a livello internazionale. E’ stato inoltre autore di reportage e racconti tradotti in tutto il mondo. Da anni era uno dei collaboratori di punta del Corriere della Sera. Nel 1971 era diventato corrispondente dall’Asia per il settimanale tedesco Der Spiegel.
E’ vissuto a Singapore, Hong Kong, Pechino, Tokyo e Bangkok. E’ scomparso il 28 luglio 2004.  Ricordiamo tra le sue opere:
– Pelle di leopardo (1976)
– La porta proibita (1984)
– Buonanotte, Signor Lenin (1992)
– Un indovino mi disse (1995)
– In Asia (1998)
– Lettere contro la guerra (2002)
– Un altro giro di giostra (2004)
– La fine è il mio inizio (2006)

Tra nobile intrattenimento e patto di sorellanza: L’Arminuta di Donatella Di Pietrantonio

Scritto da Morena Marsilio – 15 Settembre 2017 – Categoria: La scrittura e noi –

Affacciandosi dalle “soglie” a L’arminuta di Donatella di Pietrantonio – opera vincitrice della 55° edizione del Premio Campiello – colpiscono alcuni elementi paratestuali che il romanzo sembra avere in comune con L’accabadora (2009) di Michela Murgia, che si è aggiudicata lo stesso premio qualche anno fa: dall’immagine di un’adolescente in copertina, caratterizzata da un forte chiaroscuro al titolo dialettale, volto a prefigurare l’immersione in luoghi antropologicamente connotati da usanze ormai desuete.

Se l’«accabbadora è colei che finisce», ossia la donna che pietosamente dona la dolce morte, «l’arminuta» è «la ritornata», la ragazzina restituita alla famiglia biologica dopo l’affido.

Nell’uno e nell’altro caso risultano centrali l’ambientazione in zone remote della penisola e il racconto della prassi, un tempo assai radicata nelle famiglie numerose, di cedere ad altri i figli che altrimenti sarebbero cresciuti in condizioni di indigenza.

La recente vittoria de L’arminuta, che ricorda anche nei numeri quella della Murgia (la giuria popolare dei trecento lettori anonimi  – la cui composizione cambia ogni anno – ha assegnato 119 voti a L’Accabadora nel 2010 e 133 voti a L’arminuta nel 2017), ci induce a interrogarci sulla fortuna di queste narrazioni che Simonetti non esiterebbe a definire «di nobile intrattenimento» e nelle quali elementi di «impegno civile e citazioni colte» convivono con «forme di intrattenimento mediocre, più imperialistiche e più easy» (G.Simonetti, La letteratura circostante in http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2017-07-30). Sono queste, infatti, a garantire al lettore l’evasione in un mondo riconoscibile, “esotico” nel suo regionalismo (l’Abruzzo per Di Pietrantonio; la Sardegna per Murgia) ma rassicurante e che si tiene lontano da quel “ritorno al reale” che ha caratterizzato tanta parte della narrativa degli ultimi anni. Continue reading “Tra nobile intrattenimento e patto di sorellanza: L’Arminuta di Donatella Di Pietrantonio”

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